Sabato, 09 Febbraio 2013 16:44

Onore a Burgarella, l’edile suicida nel nome della Costituzione

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ROMA - E’ terribile, la sua morte, quella corda stretta intorno al collo, un pizzino infilato tra le pagine della Costituzione, la Carta dei diritti e dei doveri che regolano la vita del nostro Paese; l’articolo 1, il primo dei diritti, quello al lavoro, ci chiamano in causa, individui come singoli e collettività.

Grava, macigno pesante, sulla coscienza di tutti noi, responsabili di un ennesimo suicidio. Senza lavoro, si muore, senza lavoro ci si uccide.  La terza potenza industriale dell’Europa, settima o ottava nel  mondo, si rende responsabile di uno dei delitti più gravi, l’omicidio. Perché di questo si tratta anche se nessun tribunale ci condannerà mai. Non è prevista l’istigazione al suicidio da parte di uno Stato. Ma questa è la realtà terribile.  Giuseppe Burgarella non ha atteso di essere il primo  ad essere assunto nella lista dei quattro milioni di posti di lavoro promessi da Berlusconi. Ha lottato fino all’ultimo respiro, lui vecchio comunista,  da sempre iscritto alla Cgil, faceva parte del direttivo  provinciale della Fillea, il sindacato degli edili. Aveva partecipato alla assemblea di fine anno, si era impegnato nella trattativa per il rinnovo del contratto integrativo. Per sé e per gli altri. Non si rassegnava non solo alla perdita del lavoro ma alla perdita della dignità. Questo era il suo cruccio, questo il suo dolore. Il non lavoro era una condizione che non accettava più, lo deprimeva, lo faceva sentire un cittadino dimezzato. “ Una condizione – diceva - da cui nessuno riesce a togliermi. E come me tanti lavoratori che qui sono rimasti a casa.”


Schiavella. Negli occhi dei lavoratori la disperazione di perdere il posto

Walter Schiavella, segretario generale della  Fillea Cgil. è commosso, a stento riesce a trattenere i segno di un dolore profondo: "Vedo ogni giorno negli occhi dei lavoratori la paura di perdere il proprio posto di lavoro e, insieme, la dignità che il lavoro ti dà o ti dovrebbe dare, la disperazione di non sapere come tirare avanti senza lavoro o con 700euro di cassa integrazione o vendendo la propria fatica per 20 euro al giorno nei mercati illegali delle braccia. E allora ti chiedi che ci stai a fare, come mai non riesci a fermare questa valanga impazzita".


Nessuno sapeva che si era rivolto al presidente della repubblica, a Susanna Camusso, al segretario generale della Cgil, al suo sindacato, non per chiedere un “posto” ma per rivendicare un suo diritto, l’articolo 1 della Costituzione appunto. “Perché si chiedeva lo Stato non mi toglie da questa condizione di disoccupazione. Perché non mi restituisce la mia dignità”. E ancora, terribile “se lo Stato non lo fa,lo debbo fare io”. Giuseppe non ha retto più. Non poteva attendere più. Tutto quello che poteva l’aveva già dato. A Guarrato, un paesino di 1300 abitanti in provincia di Trapani, viveva in una villetta, dei “muratori sindacalisti Cgil . Qui trascorre le sue giornate, un gazebo, un tavolo di legno, qualche sedia,  quasi la sede  del suo sindacato. Vive con l’assegno di disoccupazione, con l’indennizzo, 700 euro al mese , non ha figli, non né sposato. Tira avanti ma dice il fratello “l’unica cosa che lo faceva sentire realizzato era il lavoro. Viveva la disoccupazione come una possessione”. Sessantuno anni aveva iniziato a lavorare quando ancora aveva i pantaloni corti a segare il marmo, per trenta anni il mattone  è la sua vita. L’ultimo contratto risale al 2000, quando la cooperativa Celi di Santa Ninfa non ce la fa più.  “Orgoglio e tutto d’un pezzo“ lo descrive la sorella. Alla fine non ce la fa più. Per una settimana ”costruisce“ il suo fine vita.  Su quel pizzino che ritroveranno infilato fra le pagine della Costituzione scrive i nomi di tutti coloro che, dalle cronache, risultano “morti per disoccupazione”. L’ultimo nome è il suo. Una corda, un trave, una sedia, ilo suo corpo privo di vita dentro il “suo gazebo”. Una storia destinata a rimanere nel chiuso di  Guarrato.

Una corda al collo, un pizzino, un atto di accusa: senza lavoro non ho dignità

Un atto di accusa tremendo: “Se non lavoro non ho dignità. Adesso mi tolgo dallo stato di disoccupazione”. Ma i suoi compagni non vogliono che di lui si parli solo nella piazza del Paese. Lo voleva anche lui, si dice convinto Franco Colomba della Fiilea Cgil di Trapani. “ Non abbiamo compreso fino in fondo la sua situazione, non lo abbiamo saputo aiutare, Qui nel profondissimo Sud-racconta Colomba all’inviato di Repubblica-  soprattutto in piccole realtà periferiche la mancanza di lavoro è drammatica. E finisce per emarginare. Toglie la dignità, porta alla disperazione e, purtroppo, anche alla morte". La tragica protesta di Giuseppe? "Sembrava forte, si sentiva protagonista e quello che ha lasciato scritto lo testimonia. Il fatto di non averlo saputo aiutare ci segnerà  per tutta la vita. Ma sono convinto che lui voleva che se ne parlasse. Per evitare che altri facciano la sua fine". Un suicido non si risarcisce. Ma una cosa si può fare. In questa sgangherata campagna elettorale d’ora in avanti, chi si presenta agli elettori, chi partecipa a trasmissioni televisive e radiofoniche, ricordi questo nome: Giuseppe Burgarella  suicida  per mancanza di lavoro.

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