Lunedì, 22 Aprile 2013 15:03

No a “larghe intese”. Governo “di scopo”, tempi brevi e obiettivi circoscritti

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ROMA - Dopo quanto è accaduto nelle votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica, nel Partito Democratico nulla potrà più essere come prima. Non solo per le dimissioni di Bersani e dell’intera segreteria (e di Rosi Bindi da quella di presidente) che portano di fatto con sé l’azzeramento dell’intero gruppo dirigente.

La mancata elezione di Marini, prima, e di Prodi poi, vittime di una scellerata quanto irresponsabile lotta intestina, hanno aperto nel partito una ferita profondissima e hanno fatto perdere al Pd ogni credibilità di fronte al paese.       
La rielezione di Napolitano, che in precedenza aveva a più riprese respinto ogni invito ad accettare il reincarico, ha rappresentato - al punto cui eravamo giunti - l’unica strada possibile. Anch’io ho condiviso questa scelta e non posso che esprimere al presidente gratitudine per l’altissimo senso di responsabilità dimostrato. La sua nomina salva l’Italia dal rischio di un avvitamento dagli esiti catastrofici, sia sul piano economico che politico e istituzionale, ma mette a nudo tutta l’impotenza della politica nel trovare soluzioni adeguate alle esigenze di cambiamento.


Il Pd spezzato in diversi tronconi


All’esito elettorale, che ha consegnato al paese un parlamento in stallo con la presenza di tre forti minoranze fra loro contrapposte, si aggiunge ora l’implosione di una di esse. Sotto i riflettori accesi sulla corsa al Quirinale, il Pd si è spezzato in diversi tronconi espressione di altrettante strategie. E oggi, come partito, corre il rischio di non esistere più. Perché possa tornare a essere protagonista sulla scena politica deve essere rifondato e ripensato nei suoi valori cardine e nei suoi obiettivi. Non si è trattato di un semplice, per quanto grave, incidente di percorso.    
La fase successiva al voto di febbraio, incentrata sul tentativo di dar vita a un nuovo governo, non è stata condotta con la determinazione e la chiarezza necessarie. Ancora più carente è stata la gestione delle candidature alla più alta carica dello Stato, sia nel confronto all’interno del partito che nel rapporto con le altre forze politiche, Pdl e M5S su tutti.

Ingiusto gettare la croce sul solo Bersani

Sarebbe però sommamente ingiusto gettare la croce sul solo Bersani. E’ tutto il gruppo dirigente, con le sue mai sanate divisioni, a portare la responsabilità di questa gestione fallimentare. Partire da questa consapevolezza sarà determinante se si vorrà far sì che il Pd possa risalire la china. Davanti all’insostenibilità della situazione, sfociata in un vero e proprio atto di tradimento al momento della votazione su Prodi, il segretario si è dimesso. Come ha annunciato lui stesso, le dimissioni sono diventate esecutive un minuto dopo l’elezione del Capo dello Stato. Credo però che, vista la situazione in cui versa il partito, Bersani debba fare ancora uno sforzo e assumersi la responsabilità di guidare il Pd nella delicata fase delle trattative che dovranno portare alla formazione del nuovo governo.
E questo è il punto. Un governo va fatto e al più presto. C’è da fronteggiare l’emergenza. Ma di quale governo ha bisogno il paese? Io credo che, come non è percorribile la strada di un’intesa con Grillo e col suo movimento, non ci sia nemmeno spazio per un esecutivo basato sulle larghe intese, il cosiddetto governissimo. Scelta che non sarebbe, tra l’altro, compresa dai nostri elettori. Un esecutivo politico che avesse al proprio interno esponenti dei due schieramenti che si sono fino a ieri trovati su fronti contrapposti e che davanti a scelte strategiche proporrebbero ricette agli antipodi, avrebbe vita breve e altamente conflittuale e aggraverebbe la situazione in cui si trova il paese anziché migliorarla. Occorre trovare una strada diversa.

Prezioso il lavoro dei “ saggi” nominati da Napolitano


Penso che la soluzione migliore – e più realistica - sia tuttora quella di dar vita a un “governo di scopo”, chiamato a operare in un arco di tempo limitato e con obiettivi circoscritti e precisi per far poi nuovamente ricorso alle urne. In quest’ottica è prezioso il lavoro portato a termine nelle scorse settimane dalle due commissioni dei saggi nominate da Napolitano. Tra i punti della loro relazione possono essere individuati i temi più urgenti che possano formare la base programmatica del prossimo esecutivo. Riforma della legge elettorale, provvedimenti di stimolo alla ripresa dell’economia e dell’occupazione, pagamento dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, soluzione del problema dei cosiddetti esodati, rifinanziamento della cassa integrazione in deroga per il 2013, revisione della riforma delle pensioni con l’introduzione del criterio della flessibilità nella determinazione delle modalità di uscita dal lavoro, in un range compreso tra i 62 e i 70 anni, sono questioni che non possono più attendere. Vanno date risposte immediate a questi problemi perché la situazione sociale è esplosiva e vanno individuate le risorse necessarie per questi interventi.

Cesare Damiano

Presidente Commissione Lavoro Camera dei Deputati


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