Mercoledì, 05 Giugno 2013 14:55

La speranza dei ragazzi di Istanbul

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ROMA - Una generazione che scende in piazza a presidio degli alberi del Gezi Park a Istanbul: alberi che il governo Erdogan vorrebbe abbattere per sostituirli, a quanto pare, con un centro commerciale, una caserma e una moschea.

Un intero Paese che si risveglia e inizia a gridare la propria rabbia nei confronti di un’amministrazione opprimente e repressiva, incapace di tollerare qualsiasi forma di dissenso e priva di qualunque scrupolo nel far arrestare giornalisti, intellettuali e tutti coloro che, da sempre, turbano i sogni e sconvolgono i piani di quei governanti ai quali – per dirla con un giovane dimostrante di Istanbul – a un certo punto “parte il cervello”, iniziando a sentirsi i padroni della propria nazione.

Non si è riflettuto abbastanza, a nostro giudizio, sull’aspetto più interessante della rivolta che da giorni sta squassando l’intera Turchia, ossia il desiderio dei giovani di riappropriarsi del proprio futuro, di portare avanti un’intensa battaglia in nome dei diritti, di combattere con idealismo e un tocco di meravigliosa ingenuità contro ogni forma di sopruso, di prevaricazione e di violenza, contro i divieti assurdi e degni della peggiore teocrazia (dai baci in pubblico ai limiti imposti al consumo di alcolici, solo per citarne due) recentemente imposti da Erdogan e contro la ferocia di una discutibile democrazia che sta iniziando a trasformarsi in un vero e proprio regime, rendendo prigionieri dei ragazzi che, al contrario, avrebbero un’immensa voglia di spiccare il volo.

A pensarci bene, sta accadendo un po’ ovunque: dal Medio Oriente incendiato dalle “primavere arabe” alla piazza Taksim di Istanbul, senza dimenticare l’Europa devastata dall’austerità e le numerose piazze greche, italiane e spagnole invase da giovani che, al pari dei loro coetanei turchi, non sono disposti ad arrendersi all’idea di non avere un domani, di non poter trovare un’occupazione dignitosa, di dover vivere in una società sempre più ingiusta e diseguale, di dover fare i conti con un clima impazzito e con un ambiente martoriato e sacrificato in nome del Dio cemento che altro non è se non il figlio legittimo del Dio denaro e del Dio potere.
È questo, dunque, il vero significato, straordinario e universale, delle manifestazioni che stanno mettendo a nudo tutta la crudeltà e l’insostenibilità di un sistema di disvalori fondato su un indecente consumo di suolo e sull’arricchimento smisurato degli amici degli amici e di un potere sempre più ingordo e invadente, sul’esclusione dei ceti più deboli e, in particolare, su un desiderio di controllo capillare della società e delle sue scelte, delle sue azioni e, prima di tutto, delle sue idee.

Anche la risposta delle autorità, naturalmente, è identica: minacce, intimazioni, proiettili, pallottole di gomma, idranti, camionette della polizia e dell’esercito lanciate a tutta velocità contro la folla al fine di schiacciare i manifestanti e, immancabili, accuse ai social network e ai presunti “fomentatori d’odio”, cioè a coloro che non si piegano davanti alla prepotenza di nessun regime e non rinunciano, a costo di pagare con la vita il prezzo del proprio coraggio, a documentare, fotografare, raccontare e divulgare ciò che sta avvenendo nel loro paese.
Per questo, possiamo asserire senza remore che oggi ci troviamo di fronte ad un potere logoro e desideroso di preservare unicamente se stesso e i propri privilegi e, dall’altra parte, alle vittime di questa tirannide dai confini molto sottili che hanno finalmente deciso di uscire allo scoperto, di alzare la voce, di smetterla di chinare la testa e piegare la schiena e di riaffermare i propri diritti e con essi la dignità di interi popoli, di straordinarie comunità che avvertono, ora più che mai, la necessità di tornare a camminare insieme.

Per questo, sappiamo bene che le proteste dei giovani turchi contro l’AKP (il partito di Erdogan) e ciò che esso rappresenta sono destinate ad espandersi a macchia d’olio, contagiando uno dopo l’altro tutti gli stati di quella regione-polveriera e, purtroppo non è da escluderlo, anche quei paesi europei da sempre fragili e oramai ridotti in miseria dalle politiche di rigore assoluto che tuttora imperversano nel Vecchio Continente.
Per questo, in conclusione, risultano estremamente attuali i versi di una celebre poesia di Nâzim Hikmet (“C’è un albero dentro di me”): “In me il tempo rimane / come una rossa rosa odorosa / che oggi sia venerdì domani sabato / che il più di me sia passato che resti il meno / non importa”.

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