Venerdì, 28 Giugno 2013 14:47

Giustizia, la grande riforma?

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ROMA - Siamo di nuovo allo scontro aperto tra PD e PDL nel governo di emergenza e di responsabilità presieduto da Enrico Letta. Berlusconi, attore di primo piano della fase attuale, vuole riformare la magistratura italiana, condurla di nuovo a servire la classe politica, a toglierlo dai suoi guai giudiziari, ha chiesto imperiosamente che tra le riforme istituzionali ci sia il titolo IV della costituzione, altrimenti fa cadere (e può farlo) il governo in carica. Non è la prima ma la ennesima volta che si torna a questo contrasto di fondo.

Il modello costituzionale italiano, in realtà, costituisce – dalla fine degli anni Settanta – l’oggetto principale del contendere tra le maggiori forze politiche italiane. La Carta  del 1948 – nata dai filoni politici e culturali italiani che hanno lottato contro il fascismo e hanno condotto vittoriosamente la Resistenza (i comunisti, i cattolici democratici, gli azionisti, i socialisti, i liberali, i repubblicani) -è stata, con molte difficoltà e almeno in apparenza, accettata nella sua prima parte che riguarda i principi ideali della costituzione repubblicana ma ha lasciato aperti i contrasti sull’organizzazione dello Stato e dei poteri. Dopo quarant’anni e più, non riusciamo ad uscirne. Certo, questo avviene soprattutto per ragioni di lungo periodo: perchè le istituzioni fondamentali della politica in Italia, cioè i partiti politici, sono crollati all’inizio degli anni novanta, sciolti, trasformati, e da allora si sono divenuti comitati elettorali e segreterie dei leader  e non sono più né scuole di formazione nè centri di elaborazione politica; perchè la selezione della classe politica non avviene per merito e competenze ma per docilità al leader  o interessi privati. Di conseguenza siamo al degrado, con qualche eccezione, delle nostre classi dirigenti e all’aumento crescente di un pericoloso sentimento di antipolitica.

Se poi si entra nel merito del problema appare con chiarezza che, scontati gli errori di tutte le parti implicate nella disputa come è naturale in tutti gli scontri che si protraggono per molti decenni, è l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati che dà soprattutto  fastidio a Berlusconi e ai suoi luogotenenti.

Il leader populista  di Arcore si atteggia quasi a martire, ripetendo che lo vogliono togliere di mezzo e si tratta di un’affermazione poco credibile dopo che, da quasi  vent’anni (l’anno prossimo raggiungeremo il ventennio) è stato più volte ministro e capo del governo, possiede mezzi che gli consentono di acquistare tutti i politici o più in generale gli uomini che sono disposti a vendersi e continua a disporre di una potenza di fuoco mediatico che è pari a quello della Rai e non inferiore  di sicuro ad ogni altro concorrente politico. Ma la verità è che, dopo la condanna per il grottesco  caso Ruby, il Cavaliere del Lavoro rischia l’interdizione perpetua dei pubblici uffici e questo sarebbe di sicuro la sua morte politica. A Berlusconi  mancherebbe per sempre il gioco a cui oggi, calmati almeno in parte i vecchi bollori, tiene di più: parlare alle masse, andare in televisione, continuare a pagare chi lo serve (e sono ancora tanti, come ogni giorno si vede). Ma il fatto è che il leader populista non si fida fino in fondo nè dell’esito dei processi nè ormai della sua popolarità e forza politica personale e di partito. Sicchè cerca l’assicurazione legislativa e vuol “normalizzare” i tribunali per stare tranquillo.

Possiamo accettare un simile ragionamento? E cedere al nuovo attacco furibondo dei Brunetta e delle Santanchè? Lascio giudicare ai lettori…….

Nicola Tranfaglia

Storico, politico e docente universitario

www.dazebaonews.it

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