Martedì, 04 Marzo 2014 16:32

Un decalogo previdenziale per «salvare» giovani e pensionati

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ROMA - È in gestazione un nuovo attacco al sistema pensionistico. Come se non bastassero tutti gli interventi fin qui fatti e che hanno forte mente penalizzato i lavoratori e le lavoratrici, adesso l’attenzione si rivolge anche alle pensioni in essere.

L’argomento, ancora una volta, è il riequilibrio dei diritti e delle prestazioni tra le vecchie generazioni e quelle più giovani. Il ragionamento non farebbe una grinza se ci trovassimo di fronte ad una pura equazione matematica o ad una logica di vasi comunicanti. Ma così non è. Quando parliamo di pensionati non abbiamo di fronte dei numeri: dobbiamo abituarci a parlare di persone, di individualità, di storie fatte di sacrifici e di scelte avvenute nei diversi contesti storici. Dentro a queste narrazioni c’è anche l’abuso delle pensioni d’oro, quelle ottenute furbesca mente attraverso calcoli di convenienza attuariale o con la sommatoria di vitalizi dovuti al cumulo degli incarichi: in questo caso è giusto parlare di privilegi che vanno combattuti e superati.

A rischio le pensioni retributive di 15milioni di persone

Ma l’impressione che abbiamo è quella che invece si voglia partire dalle pensioni d’oro per scivolare verso quelle d’argento e non fermarsi lì. Poi si passa a quelle di bronzo e a quelle di ferro: parliamo degli operai da 1.200 euro netti mensili guadagnati dopo 35/40 anni di lavoro alla catena di montaggio o nelle fonderie. Il peccato originale di questi lavoratori, secondo alcuni commentatori e studiosi, è quello di avere un assegno pensionistico calcolato con il sistema retributivo. Il rimedio? Ricalcolare tutte queste pensioni e, nel caso ci fosse uno scostamento rispetto al calcolo contributivo, decurtare la cifra in più dalla pensione attualmente percepita. Un’operazione socialmente mostruosa che getterebbe nel panico più di 15 milioni di pensionati. Naturalmente i sostenitori di questa tesi si affrettano a dire che verrà fissata una soglia minima: 2.000 o 3.000 euro, non si sa se netti o lordi. Parliamo in ogni caso di cifre che toccano il lavoro dipendente con carriere medio-basse. Una volta iniziata la discesa, non si sa dove si andrà a finire. La giusta lotta contro le “pensioni d’oro” diventa in realtà il grimaldello per scardinare nuovamente il sistema pensionistico.

Si vuole colpire chi arriva appena a fine mese

Questo disegno va sconfitto. Dopo il salasso subito dalla previdenza con la “riforma” Fornero a carico dei lavoratori che stavano per andare in quiescenza, adesso l’attenzione si rivolge al “tesoretto” delle pensioni in essere. L’argomento che viene utilizzato, come abbiamo detto in precedenza, è quello della redistribuzione delle risorse dalle vecchie alle nuove generazioni al fine di consentire a queste ultime di avere un assegno pensionistico dignitoso al termine di una vita di lavoro. Ancora una volta si pone un problema giusto, quello della pensione adeguata per i giovani, e si suggerisce la soluzione sbagliata: la riduzione dell’assegno a chi è oggi in pensione, non distinguendo tra chi arriva a malapena a fine mese e chi nuota nell’oro. Dopo la novità dei “lavoratori poveri”, adesso vogliamo aumentare la platea dei pensionati poveri? Sarebbe una scelta contraddittoria con quello che ha affermato lo stesso Renzi: “Dobbiamo pensare anche ai non garantiti, senza eliminare diritti ma dandoli a chi non li ha”. Una frase pronunciata nell’ormai famoso incontro con il segretario della FIOM-CGIL Maurizio Landini.

 

 

Cesare Damiano

Presidente Commissione Lavoro Camera dei Deputati


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