Giovedì, 13 Marzo 2014 14:33

Nel carniere di Renzi ciò che era nel cantiere di Letta

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ROMA - Per comprendere ciò che è accaduto ieri bisogna leggere le varie vicende con il distacco degli osservatori più maligni, di coloro che ne hanno viste e sentite troppe per lasciarsi incantare dalle promesse di un ragazzo fiorentino che vorrebbe riuscire dove tutti i suoi predecessori hanno oggettivamente fallito ma non si è ancora reso conto che questo disastro collettivo non è frutto del caso o dell’incapacità dei singoli.

Perché, tralasciando Berlusconi, che comunque è tutt’altro che un incapace ma diciamo che a Palazzo Chigi ha preferito occuparsi dei problemi suoi piuttosto che delle esigenze degli italiani, non trova alcun riscontro nella realtà l’ipotesi secondo cui Monti, Letta e, prima di loro, Prodi, D’Alema e Amato, non sarebbero riusciti a riformare adeguatamente il Paese in quanto sprovveduti.

Allora mettiamola così: l’Italia è un paese estremamente difficile da far marciare e rendere più coeso ed efficiente. Le resistenze sono tantissime, dalle pastoie dei burocrati ai vincoli di spesa che l’Europa ci ha imposto e dai quali non ha alcuna intenzione di recedere, e presto anche Renzi sarà costretto a farci i conti, a meno che non riesca nell’impresa ai limiti dell’impossibile di convincere un rigorista come Olli Rehn a rinunciare ai cardini del suo pensiero economico. Un pensiero economico sbagliatissimo, intendiamoci, su questo ha perfettamente ragione Renzi, ma che purtroppo esiste e con il quale siamo costretti a confrontarci se non vogliamo incappare nella riapertura delle procedure d’infrazione per deficit eccessivo o in qualche altra onerosa sanzione.

Pugni sul tavolo e spavalderia non servono a niente

Pertanto, il premier farebbe bene ad accantonare la retorica dei pugni sul tavolo, a mettere da parte la spavalderia che lo contraddistingue e  fare i conti con la realtà davanti agli italiani: i soldi sono pochi, le azioni mirabolanti è meglio lasciarle perdere e puntare su qualcosa di concreto, come ad esempio la buona proposta di aumentare le detrazioni IRPEF sui redditi più bassi e l’altrettanto valida idea di dare un po’ di fiato alle imprese attraverso la saldatura dei debiti contratti con la pubblica amministrazione. Per chi se lo fosse dimenticato, la maggior parte delle proposte presentate da Renzi nella sua scintillante conferenza stampa di ieri sera era stata già messa in cantiere da Enrico Letta; e, forse, sostengono sempre i maligni, proprio questa è stata una delle ragioni che ha indotto lo scalpitante fiorentino a defenestrarlo, per potersi intestare l’intera manovra potendo contare sulla semina compiuta dai predecessori e da Letta i particolare.

Pe le coperture finanziarie non bastono le slides

Ciò che, tuttavia, non convince affatto del piano presentato ieri sera da Renzi è la vastità del programma e la portata delle spese previste; come non ci ha mai convinto l’ipotesi che si possano riformare settori delicatissimi quali il fisco, la burocrazia e la pubblica amministrazione in un mese. Ma si sa, Renzi è fatto così: vive di annunci, sa fare campagna elettorale, è un esperto di marketing e propaganda, sa vendere il proprio prodotto e ha un coraggio e una rapidità d’esecuzione non indifferenti; il punto è che qui non siamo in un telequiz e tutte queste virtù, per essere autenticamente salvifiche, devono essere accompagnate da una concretezza d’azione che finora non si è vista. Senza contare le coperture, indicate vagamente dal premier attraverso slides elementari ma troppo indeterminate per convincere quei maligni che hanno passato un decennio a seguire le non meno pirotecniche conferenze stampa di Berlusconi.

Italicum. Appiattimento sui desiderata di Berlusconi e Verdini

E poi c’è l’Italicum, una legge elettorale considerata pessima da decine di costituzionalisti, una legge pericolosa ed escludente, una legge che, al netto degli strepiti di Berlusconi, andrà assolutamente stravolta al Senato perché così proprio non va.Non va perché è una legge soggetta a troppi rischi d’incostituzionalità; non va perché è intollerabile che non sia garantita nemmeno la parità di genere; non va perché le soglie sono mostruose, sia per quanto concerne l’accesso in Parlamento sia per quel che riguarda l’accesso al premio di maggioranza; non va perché le liste bloccate sono una vergogna e costituiscono l’aspetto giustamente più odiato dagli italiani; non va perché infrange ulteriormente il rapporto, già debolissimo, per non dire nullo, fra i cittadini e le istituzioni; e, infine, non va per i toni e i modi con i quali Renzi l’ha imposta al Partito Democratico, incurante delle proteste delle donne, delle ritrosie della minoranza, dello sconcerto della base, dell’eccessivo appiattimento sui desiderata di Berlusconi e Verdini, incurante di tutto pur di potersi presentare in conferenza stampa ed esclamare: “Sono riuscito dove tutti gli altri hanno fallito!”

Così non si governa né il Partito, né il Paese

No Renzi, non funziona così, non si governa così: né il partito né, tanto meno, il Paese. La nostra non vuole essere una posizione pregiudiziale o un’avversità ad ogni costo, ma una cosa è sicura: non ci siamo mai piegati di fronte ai diktat del berlusconismo e non abbiamo alcuna intenzione di cominciare a piegarci adesso di fronte all’irruenza del renzismo rampante. Questa legge va stracciata e riscritta da cima a fondo perché così è invotabile e umiliante per una democrazia che ha già conosciuto ben tre parlamenti eletti con una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta di cui questa è figlia legittima, risultando in alcuni punti addirittura peggiorativa.

E non funziona questa rapidità, non funzionano certi comportamenti, non funzionano certe affermazioni perché qui non si tratta del carattere esuberante di un cittadino che crede di avere il sole in tasca e di poter mettere a posto il mondo ma delle precise responsabilità del Presidente del Consiglio di un Paese che sta soffrendo sotto i colpi della crisi più grave dal dopoguerra.

Pertanto, chiediamo a Renzi di fermarsi a riflettere perché ieri è stato uno di quei classici giorni in cui finisce tutto e inizia una nuova storia; ma non possiamo permetterci che il nuovo capitolo della nostra ansimante Repubblica ricalchi in tutto e per tutto le orme di un passato da dimenticare.

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