Sabato, 05 Luglio 2014 18:35

Reati di maltrattamento e stalking. La discrezionalità del giudice rischia di creare disparità

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ROMA - Una norma sostanzialmente corretta nel suo principio ispiratore rischia, tuttavia di vanificare l'efficacia dei provvedimenti adottabili dal giudice nei casi di commissione dei reati di maltrattamento in famiglia e stalking.

Dal 28 giugno, salvo modifiche successive, il decreto per il risarcimento dei detenuti, prevede che la custodia cautelare in carcere sia ammessa solo laddove il giudice ritenga che, all'esito del giudizio, la pena detentiva sarà superiore ai tre anni. Una logica in linea con un corretto uso della custodia cautelare in carcere, ma che  lascia un potere discrezionale forse troppo ampio al giudice che rischia  di creare, disparità di trattamento per situazioni simili. 

I dubbi maggiori sorgono, tuttavia, per alcuni tipi di reati, quali lo stalking o i maltrattamenti in famiglia, che per le modalità di commissione degli atti delittuosi necessitano di misure particolari che allontanino il reo dalla sfera privata della vittima, come l'abitazione o i luoghi di lavoro. Quest'ultima poi, se non può contare su una protezione di questo tipo da parte della giustizia, sarà oltremodo dissuasa dal presentare denuncia essendo i tempi ed i modi processuali assolutamente in contrasto con la necessaria e tempestiva richiesta di protezione della vittima.  Uno stalker o un familiare che maltratta non possono essere lasciati liberi di circolare intorno alla vita della persona offesa. 

Ci si augura che in Commissione Giustizia, si possano apportare le opportune modifiche che consentano di  differenziare questo tipo di reati, anche se alcune voci autorevoli del mondo accademico chiedono di attendere una concreta applicazione della norma da parte dei tribunali prima di effettuare un bilancio sulla reale portata di questa riforma. Posizione dalla quale si dissente in maniera totale poiché in materia  di violenza contro i bambini e le donne questi non possono essere considerati delle cavie per una seppur legittima esigenza   di svuotare le carceri o ragioni di altro tipo. Del resto le preoccupazioni sollevate da alcune parti della magistratura chiedono a gran voce una revisione della norma per gli effetti nefasti che potrebbe determinare. 

Andrea R. Catizone

Avvocato e giurista. Ha acquisito una significativa esperienza nell'ambito del Diritto Penale e del Diritto di Famiglia. Nella Facoltà di Giurisprudenza, Terza Università di Roma, è docente per la Scuola Forense, nelle materie di Diritto di Famiglia. È membro del Comitato Media e Minori presso il Ministero per lo Sviluppo. Dirige l'Osservatorio Eurispes sulle Famiglie.

www.familysmile.it

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