Sabato, 06 Settembre 2014 15:24

La barbarie alle porte dell’Europa

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ROMA - “Anche se voi vi credete assolti / siete lo stesso coinvolti” recitava un memorabile passo della “Canzone del Maggio” di Fabrizio De Andrè. Tralasciando il contesto originario in cui furono composti quei versi, è evidente quanto quel monito del grande cantautore genovese sia tuttora attuale, soprattutto se prendiamo in esame il quadro geo-politico col quale è chiamata a misurarsi l’Europa.

Per troppo tempo, infatti, sono andati per la maggiore due saggi, “La fine della storia” di Fukuyama e “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” di Huntington, che muovono entrambi da due presupposti rispettabili ma, alla prova dei fatti, sbagliati. Fukuyama sosteneva, infatti, che il crollo del Muro di Berlino e la fine del comunismo sovietico avessero sancito definitivamente il trionfo della società occidentale e, dunque, per l’appunto, la conclusione di una storia basata su un confronto a distanza, spesso per interposta persona (per lo più dittatori sanguinari) e attraverso guerre per procura. Huntington, al contrario, era dell’idea che la storia proseguisse lungo il suo corso naturale ma non più in un mondo bipolare bensì in un mondo multipolare, di cui gli Stati Uniti faticavano ad accettare l’essenza ma col quale avrebbero dovuto imparare presto a misurarsi. Ora, per quanto la tesi di Huntington sia senz’altro più corretta, verosimile e meno presuntuosa di quella di Fukuyama, contiene a sua volta in sé il germe di un errore cruciale dal quale, purtroppo, sono dipesi molti dei disastri globali cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

Non è sbagliato, difatti, sostenere che l’egemonia statunitense, suggellata dalla definizione di “Secolo americano”, appartenga ormai al Novecento e che gli americani debbano oggi confrontarsi con un mondo nel quale i paesi emergenti, e ormai in larga parte emersi, come Cina, India, Brasile, Russia e Sudafrica, sono ampiamente in grado non solo di mettere in discussione ma di sovrastare e persino di smantellare i capisaldi del dominio politico ed economico del capitalismo d’Oltreoceano. Tuttavia, è clamorosamente sbagliato onorare un ambito così incerto e guerrafondaio del nobile appellativo di “civiltà”. No, non c’è nulla di civile nell’avanzata dei tagliagole dell’ISIS, come non c’è nulla di civile o di etico nelle mire zariste ed espansioniste di Putin, come è alquanto azzardato parlare di civiltà a proposito dello sviluppo squilibrato e ricco di disuguaglianze del Brasile e del Sudafrica e in riferimento ai droni di Obama e alla violenza verbale retorica, dannosa e inconcludente di un’Europa alla disperata ricerca di una nuova identità.

A tal proposito, ha perfettamente ragione Furio Colombo quando scrive su “il Fatto Quotidiano” di domenica scorsa: “La civiltà, dovunque spezzata dall’immensa mobilità della globalizzazione e dall’invasione invisibile e totale della rete, è un concetto, ma anche un fatto totalmente svuotato dai “valori” di un presunto passato. Quei valori o sono di un’unica, nuova civiltà di tutti, che va dal salvare i naufraghi in mare al trovare nuove medicine, o non esiste”. Infatti, al momento, non esiste.

Senza contare che Colombo pone in evidenza due elementi, la globalizzazione e la rete, strettamente connessi fra loro, che rimandano ad un’analisi non meno brillante di Renzo Guolo su “la Repubblica” di mercoledì scorso: una riflessione nella quale il celebre sociologo asserisce che ciò che sta avvenendo in Medio Oriente infligge un colpo duro, forse mortale, ai due princìpi cardine sui quali si è fondato l’Occidente per oltre mezzo secolo: lo Stato-nazione e la forma-partito. E a pensarci bene, volendo osservare il mondo con occhi attenti, capaci di cogliere e di inserire ogni singolo aspetto nella sua globalità, esiste un pericoloso e devastante parallelismo fra la modernità europea e quella mediorientale, visto che anche da noi l’ascesa delle nuove tecnologie, figlie dell’abbattimento delle frontiere e dell’allargamento dei confini, ha messo seriamente in discussione non solo la sovranità degli stati nazionali ma anche, e soprattutto, la legittimità, il valore e il senso storico dei partiti che oggi, per le ultime generazioni, hanno un significato assai diverso rispetto a ciò che potevano rappresentare per i nostri genitori e nonni trenta-quarant’anni fa.

Una modernità incipiente, incalzante e inarrestabile, quindi, una modernità che non si ferma davanti a nulla e conduce a scontri feroci e durissimi non fra stati o civiltà, come poteva essere ai tempi della Seconda Guerra Mondiale o della Guerra Fredda, bensì, il più delle volte, fra opposti interessi economici che, a dimostrazione dell’incertezza e dell’assurdità grottesca del clima nel quale siamo immersi, possono divenire complementari o addirittura alleati in un altro scenario.

Prendiamo, ad esempio, il conflitto strisciante in atto fra le forze atlantiche da una parte e la rinvigorita Russia di Putin dall’altra: feroci nemici per quanto riguarda l’influenza sull’Ucraina e sugli ex satelliti sovietici, tornano ad essere fedeli alleati in Medio Oriente, di fronte all’avanzata del Califfato di al-Baghdadi che mette in apprensione tanto l’Europa, già scottatasi in passato con la barbarie del terrorismo islamico, quanto la Russia, sempre costretta a fare i conti con la minaccia cecena e con le popolazioni musulmane che ne insidiano la stabilità interna.

Sta, dunque, qui la singolarità del periodo che stiamo vivendo, nel fatto che ormai tutto è volubile, tutto cambia e si trasforma nel giro di poche settimane o, peggio ancora, a seconda dei fronti nei quali si è impegnati. Il che fa sì che non esistano più non solo due blocchi contrapposti ma nemmeno due ideologie, due visioni del mondo, due modelli economici, due analisi storiche a confronto: esiste unicamente un magma indistinto di uomini più o meno capaci, di leader politici più o meno competenti che si alternano al potere, per lo più costretti ad obbedire alle richieste sotterranee e inconfessabili dei veri poteri che manovrano nell’ombra, non eletti da nessuno ma in grado di determinare i futuri equilibri economici e geo-politici e di condizionare la vita e le prospettive di milioni, se non di miliardi di persone.

Per questo, risulta addirittura presuntuoso, oltre che fuori luogo, parlare di scontro fra civiltà: la verità è che oggi non esiste più alcuna civiltà né una visione del bene comune né un partito né un’ideologia e che avanziamo a fari spenti nella notte, senza sapere dove andare, senza un orizzonte da seguire né un astro che ci indichi il cammino, alla costante ricerca di “uomini della provvidenza” e “salvatori della patria” che si rivelano sempre atroci delusioni quando non addirittura artefici di nuovi disastri e focolai di disperazione e d’incertezza.

Che ci piaccia o no, questo è il non tempo nel quale siamo chiamati a vivere. L’impresa di rifondare una nuova civiltà, basata, per quanto ci riguarda, su un’ideologia europeista che ponga l’essere umano, i suoi diritti e la sua dignità al centro del processo di sviluppo, che miri all’abbattimento delle barriere invisibili ma dannatamente presenti che, negli ultimi anni, sono state erette fra uno stato e l’altro e che restituisca un senso e una dimensione concreta a concetti imprescindibili quali la solidarietà e l’uguaglianza, dipende solo da noi. Il guaio è che, con la scomparsa della politica e dei partiti e con la dimensione sovranazionale non ancora arrivata a maturazione, i politici che abbiamo a disposizione sono, per lo più, capetti e leadericchi in grado di pensare unicamente alle prossime elezioni e incapaci di occuparsi di interessi diversi da quelli contingenti del proprio cortile, ignari del fatto che le future generazioni, anche se per fortuna non troveranno mai i loro nomi sulla scheda elettorale, saranno chiamate a valutarli e ad emettere il giudizio impietoso che la loro miseria morale si merita.

 

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