Lunedì, 21 Settembre 2015 08:27

Tsipras e la Grecia che non si arrende

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ROMA - Alla luce del contesto in cui è maturata, dopo mesi di incertezza, un referendum vittorioso nelle urne ma uscito sconfitto dal maledetto tavolo di trattative di Bruxelles e una drammatica scissione ad opera della sinistra interna di Syriza che non ha accettato il presunto cedimento di Tsipras al cospetto delle autorità europee, possiamo dire senza dubbio che la vittoria del giovane premier greco è un vero e proprio trionfo.

Ragioniamo: Tsipras ha sempre avuto tutti contro (dai sedicenti socialisti europei, ormai membri a tutti gli effetti dell'establishment dominante, pienamente inseriti nella galassia liberista, proni e subalterni ai dogmi economici imperanti, alla destra più feroce e agguerrita che si sia mai vista; senza dimenticare l'universo bancario, finanziario e delle multinazionali, ossia coloro che speculano sulla disperazione della gente e si arricchiscono senza pudore mentre il novantanove per cento della popolazione si impoverisce), ha dovuto affrontare mesi di trattative in cui il vero obiettivo dei suoi interlocutori era spodestarlo e restaurare i governi-zerbino suoi predecessori, ha indetto un referendum alla disperata sulle richieste aberranti dei vertici europei e si è trovato a dover fare i conti con le banche chiuse come forma di pressione ricattatoria e la gente ridotta allo stremo, costretta a prelevare quotidianamente somme talmente esigue da avere difficoltà a far fronte alle spese minime, ha infine dovuto accettare accordi capestro, socialmente insostenibili, pur di mantenere il proprio paese nell'euro e, nonostante questo massacro, il popolo greco lo ha riconfermato premier, accordando al suo partito oltre il 35 per cento dei consensi. Non solo: pur essendo i giovani la fascia sociale più penalizzata dalla carneficina attuata in questi anni a danno di diritti, tutele e salari, pare che il 40 per cento di essi gli abbia confermato la propria fiducia, tanto che le voci su un possibile testa a testa fra Syriza e Nea Demokratia hanno cominciato a dissolversi quando, nel pomeriggio, si sono presentate ai seggi le nuove generazioni, desiderose di guardare avanti e di non rimettere, per nessun motivo al mondo, la Grecia nelle mani di chi prima ha dissipato risorse a più non posso, poi ha truccato i conti pubblici e, infine, ha accettato senza batter ciglio le richieste insostenibili della Troika contro cui Tsipras si è battuto fino all'ultimo come un leone. Cosa significa tutto questo? Significa che, in un quadro storico, economico e politico sciagurato, egli è riuscito nell'impresa di costruire un blocco sociale inclusivo e progressista, capace di restituire se non delle prospettive concrete quanto meno una speranza a quelle fasce della popolazione travolte dalla crisi e condannate ad accontentarsi di stipendi da fame e condizioni lavorative insostenibili, a non poter mettere su una famiglia, a non poter avere figli, a non poter guardare al futuro se non con un senso di sconforto e d'insicurezza; in poche parole, è riuscito a far sentire comunque protagonisti gli ultimi e gli esclusi, i ceti più deboli, i poveri, coloro che hanno perso una posizione sociale consolidata e coloro che non ce l'hanno mai avuta, tendendo a questa moltitudine la mano e garantendole, anche nelle difficoltà estreme e dopo le ulteriori richieste di sangue ad opera dei vampiri di Bruxelles, che non l'avrebbe abbandonata.
Certo, l'affluenza alle urne è calata rispetto a gennaio; certo, l'idea che il programma di governo fosse stato in pratica già scritto a luglio nel nuovo memorandum non ha contribuito ad accendere le passioni popolari; certo, di fronte a un'astensione così marcata, con quasi mezzo paese che si è tenuto lontano dai seggi, non si possono scrollare le spalle e far finta che vada tutto bene perché sarebbe il peggior modo di iniziare questa seconda esperienza di governo; va bene tutto, ma sorprende lo stupore di alcuni commentatori nostrani, al punto che vien quasi da pensare che non sia stupore ma cinismo, sadico e crudele godimento nel vedere un popolo a terra in cui un cittadino su due non crede e non si fida più di nessuno.
Eppure Tsipras ha vinto e governerà con la stessa coalizione anti-Troika che aveva allestito a gennaio, coinvolgendo i nazionalisti dell'ANEL di Kamménos e tenendo lontani dalle stanze del potere i responsabili del disastro della Grecia.
Eppure Syriza ha conseguito una percentuale di voti simile a quella dello scorso 25 gennaio, quando si era sulle ali dell'entusiasmo e ancora di poteva promettere alla popolazione che gli arcigni e iniqui controllori di Bruxelles appartenessero, finalmente, al passato, al pari dell'austerità.
Eppure, grazie all'impegno di Tsipras e del suo ex ministro Varoufakis, cui è doveroso rendere l'onore delle armi malgrado la compagine scissionista da lui appoggiata sia andata piuttosto male, oggi in Europa si parla quotidianamente del problema del debito pubblico, tanto che da più parti si comincia a ragionare su una sua possibile riduzione, possibilmente accompagnata dall'emissione di eurobond.
Eppure i farabutti neo-nazisti di Alba Dorata sono sì il terzo partito ma con una percentuale oggettivamente bassa e meno preoccupante rispetto ai timori iniziali.
Eppure il "nemico" dello status quo, dei conservatori e del conservatorismo, della sinistra venduta e dei rassegnati cronici al peggio è ancora in piedi e può camminare a testa alta, dimostrando pubblicamente che ogni tentativo di "normalizzare" la sua formazione politica è fallito.
Niente larghe intese, stessa coalizione di prima, analoghe rivendicazioni e una maggiore omogeneità all'interno di Syriza: questi sono gli elementi che ci inducono a parlare, senza il timore di scadere nella retorica, di un trionfo di Tsipras e della sua concezione radicalmente alternativa dell'Europa, dei diritti e del nostro stare insieme.
Se ci sono due sconfitti, dopo queste elezioni greche, non sono dunque i dissidenti Varoufakis e Lafazanis, con i quali, al contrario, potrebbe persino verificarsi un riavvicinamento in futuro: sono la Merkel e Schäuble, vestali di un modello di sviluppo opprimente e insostenibile, accecati da un'ideologia fallimentare e fallita ovunque nel mondo, principali responsabili del riemergere, in tutto il Vecchio Continente, di un nazionalismo xenofobo e sempre più minaccioso che rischia di mettere a repentaglio la tenuta stessa del progetto europeo.
Avrebbero voluto la testa di Tsiprsas e hanno finito col rafforzarlo; avrebbero voluto convincere i greci che li avesse traditi e si fosse venduto e hanno ricompattato il popolo intorno all'unico leader che ha avuto la dignità di difenderli; avrebbero voluto far valere la forza delle proprie dimensioni e della propria ricchezza e si sono dovuti arrendere di fronte all'orgoglio di una nazione piccola ma fiera di essere la culla della democrazia occidentale.
Per questo Tsipras ha vinto al di là delle più rosee aspettative; per questo il processo di cambiamento che ha innescato in Europa, facendo tornare d'attualità simboli e parole d'ordine ormai considerati desueti, è destinato ad andare avanti; per questo dobbiamo dire grazie a lui e al popolo greco per un risultato che ci ripaga ampiamente delle delusioni, delle amarezze, dei dubbi e delle paure che hanno scandito questi ultimi mesi, mentre andava crescendo, a livello internazionale, la fiducia e la stima nei confronti di uno dei pochi governanti che ha avuto la forza di restare umano.

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