Sabato, 28 Novembre 2015 09:06

Trattativa Stato Mafia. Non c'è più cieco di chi non vuol vedere

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ROMA - Se la trattativa fosse un reato, se lo Stato avesse ceduto, se la mafia avesse tratto benefici, allora le istituzioni sarebbero colpevoli. Ma non è così. Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo sostengono una tesi totalmente legittima ma a nostro giudizio per nulla condivisibile.

A loro parere l’impianto accusatorio del pool antimafia di Palermo non reggerebbe, i comportamenti di cui ai capi d’accusa non costituirebbero reato e “cosa nostra” non sarebbe mai stata salvata. Si chiedono perché si è scelto di celebrare questo processo e perché gli italiani hanno bisogno di pensare che la mafia abbia vinto e debba vincere sempre. La mafia vince sempre solo perché lo Stato non la combatte impegnando le sue migliori energie. La prova regina della trattativa e quindi della sua esistenza purtroppo è nella realtà. L’Italia è l’emblema del decadimento politico-culturale, declino di una classe dirigente inghiottita da una etica criminale e pervasa da continui rapporti tra uomini di Stato e criminalità organizzata. Sono tanti i casi concreti che ci consentono di per poter affermare che pezzi delle Istituzioni hanno sempre fatto “affari” con le mafie. I rapporti tra i due poteri sono sempre stati solidi e proficui per entrambi. A titolo di esempio, basti ricordare i fratelli Greco esattori statali in Sicilia, poi giudizialmente riconosciuti mafiosi.  

Il politico Ignazio Salvo ucciso dalla mafia per contrasti tra cosche ed egli stesso mafioso che aveva dato garanzia del suo interessamento affinché in Cassazione la sentenza del maxi processo venisse annullata. Secondo i collaboratori di giustizia dell’epoca, il delitto venne eseguito per lanciare un avvertimento a Giulio Andreotti. Il sindaco di Palermo Vito Ciancimino condannato per mafia e più volte in affari con pezzi delle istituzioni. Lo scandalo del colonnello dei servizi segreti che si recava a far visita in carcere a Raffaele Cutolo perché intercedesse presso le brigate rosse che tenevano prigioniero Aldo Moro. E ancora la strage del treno Italicus, addebitata al camorrista Misso che a detta della magistratura avrebbe agito su commissione dei servizi. Sono ovviamente soltanto piccolissimi esempi concreti e al tempo stesso inattaccabili. Le mafie fin dal loro apparire hanno sempre svolto la funzione di “cani da guardia” del potere costituito, il loro principale compito era, ed è, di tenere sotto controllo e garantire gli “affari” tra mafie e potere centrale. Quali siano oggi i rapporti tra crimine organizzato e Stato sono noti a tutti gli esseri umani di buon senso. E’ un dato di fatto ormai che i rapporti tra i due poteri siano talmente stretti che è impossibile distinguere l’uno dall’altro. E’ impossibile colpire duramente il crimine organizzato senza danneggiare, in alcuni casi, anche il tessuto istituzionale. 

Le mafie si sono insinuate ovunque con l’approvazione del potere politico. Anzi non di rado la politica dipende dal potere mafioso: le mafie costruiscono le basi clientelari che poi divengono bacini elettorali per molti politici. Ovviamente, questo non significa che esiste una pace idilliaca tra le varie organizzazioni mafiose e i politici che le appoggiano. Oggi in Italia non ha senso parlare di questo o quel partito è molto più corretto parlare di questa  o quella corrente politica legata a un clan piuttosto che ad un altro. Si può legittimamente sostenere che trattare con la mafia non sia reato, però, non si può al tempo stesso omettere di evidenziare che nessun politico o uomo delle istituzioni alla sbarra è accusato del reato di trattativa. Il capo di imputazione è minaccia contro un corpo politico-amministrativo dello Stato: la mafia fece pervenire richieste per interrompere la strategia stragista in atto. Minacciò lo Stato per estorcergli benefici e più di qualche uomo delle Istituzioni potrebbe aver agevolato la minaccia. Nessuno è stato incriminato dalla Dda di Palermo per aver ceduto in qualche modo alla trattativa, infatti Conso o Mancino ad esempio devono rispondere di falsa testimonianza. Fiandaca cerca di dimostrare l’inconsistenza della stessa ragion d’essere dell’inchiesta, sostenendo la nobiltà d’intenti della trattativa, finalizzata a liberare lo Stato dai tentacoli di una mafia vincente. Prima di tutto va detto che non era il Paese sotto assedio, ma solo un ristretto numero di politici, condannato a morte da Cosa Nostra per non aver mantenuto patti scellerati ed inconfessabili. Non possiamo e non dobbiamo neanche dimenticare che la trattativa ha sì salvato la vita a qualcuno, sacrificando però il suo più strenuo oppositore, un certo Paolo Borsellino! Quindi io di nobile in questa azione non ci vedo nulla, anzi definirei una simile condotta spregevole ed abietta! 

Vincenzo Musacchio

Giurista e docente di diritto penale, Direttore della Scuola di Legalità “Don Peppe Diana” di Roma e del Molise

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