Martedì, 22 Marzo 2016 21:32

Solo l'Europa può reagire alla barbarie

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ROMA - Bruxelles ferita, Bruxelles attonita, Bruxelles sconvolta dagli attentati che l'hanno insanguinata questa mattina, dopo che il quartiere di Molenbeek era stato teatro, nei giorni scorsi, dell'arresto di Salah Abdeslam: il terrorista più ricercato d'Europa, artefice degli attacchi che avevano gettato nello sconforto Parigi lo scorso 13 novembre. 

Trentaquattro morti e oltre duecento feriti ma il bilancio è ancora provvisorio, colpito l'aeroporto di Zaventem e la stazione della metro di Maalbeek: anche stavolta, come nel 2004 a Madrid e nel 2005 a Londra, la ferocia jihadista ha scelto l'ora di punta per aggredire una capitale europea, al fine di causare più vittime possibile.

E adesso ci si interroga, ci si domanda cosa accadrà nei prossimi mesi e nei prossimi anni, quanto altro sangue, dolore e disperazione invaderà le nostre città, quali saranno i futuri obiettivi del Daesh, a quale livello d'intensità arriverà quella che è ormai, a tutti gli effetti, una guerra, benché non dichiarata apertamente. 

Il dramma è che siamo inermi, impossibilitati a reagire, fragili, soli, esposti a questa bufera senza precedenti e privi di qualunque punto di riferimento, in quanto non si ricorda a memoria d'uomo una simile escalation di orrore e devastazione. O meglio: il Novecento, ribattezzato da Hobsbawm il "Secolo breve", è stato denso di mattanze e carneficine ma, a parte i due conflitti mondiali, che ormai ricorda solo chi ha i capelli bianchi e un'età piuttosto avanzata, è stato caratterizzato da fenomeni terroristici di natura esclusivamente locale, quali l'ETA in Spagna e l'IRA in Irlanda del Nord; senza dimenticare la Strategia della tensione e la violenza rossa e nera che insanguinarono il nostro Paese fra il '69 e l'88.

Il dramma è che questa guerra non la possiamo vincere, in quanto il nemico non si trova all'esterno, non è un esercito, non ha generali, truppe o quartier generale; il nemico stavolta ce l'abbiamo in casa, nei nostri quartieri periferici, nelle nostre scuole, nelle nostre stazioni, nelle nostre moschee, nelle nostre strade, ci è vicino di casa, magari ha giocato con noi a pallone, magari è stato amico dei nostri figli e mai avremmo immaginato che un giorno si sarebbe radicalizzato, che sarebbe diventato capace di tanta crudeltà, che avrebbe ucciso e messo a repentaglio la vita di persone che credevamo considerasse connazionali, fratelli, non nemici da abbattere.

Come se non bastasse, siamo costretti ad assistere all'indecente balletto di dichiarazioni populiste dei soliti noti, i quali non hanno esitato un istante a speculare persino su questa tragedia, nel tentativo di lucrare qualche effimero consenso elettorale.

È una guerra, certamente, coinvolge innanzitutto il mondo islamico e giunge a noi di rimbalzo, sotto forma di odio e di stravolgimento di esistenze già provate dalla crisi e dell'incertezza per il domani.

È un guerra e dobbiamo dirci la verità: la stiamo perdendo. La stiamo perdendo perché stiamo diventando esattamente come ci vorrebbero i terroristi: gretti, feroci, in lotta con noi stessi, in preda a costanti fenomeni populisti, miserabili nelle scelte e nelle soluzioni proposte, disuniti, violenti, privi di un pensiero, di una visione e di un orizzonte comune.

Probabilmente la mia è un'opinione minoritaria, di sicuro dirlo fa perdere voti ma la verità è che solo un'Europa unita, politicamente coesa e maggiormente integrata, anche, anzi soprattutto, per quanto riguarda la sicurezza e i servizi d'intelligence, può sconfiggere questa valanga di atrocità che ci sta travolgendo, mettendo a repentaglio il nostro modo di vivere e modificando per sempre le nostre abitudini.

In caso contrario, continuando a perseguire lo sciocco mito delle piccole patrie disunite e in conflitto fra loro, non ci giocheremo solo il progetto europeo ma il nostro stesso futuro, quei princìpi e quei valori che ci hanno reso ciò che siamo, garantendoci sette decenni di pace e benessere.

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