Sabato, 26 Marzo 2016 18:35

Obama, Cuba e il destino di una presidenza

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ROMA - Chiunque si aspettasse baci e abbracci fra Barack Obama e Fidel Castro, evidentemente, oltre a non conoscere la tormentata storia dei rapporti fra Stati Uniti e Cuba, è assai poco informato anche su come funzionano i rapporti diplomatici, le strategie politiche e sulla necessità che i processi si svolgano secondo i loro tempi, evitando strappi e forzature sempre e comunque controproducenti.

L’incontro fra i due non c’è stato e la cosa non ci sorprende affatto. Obama, specie in un anno elettorale, con i repubblicani scatenati e un Trump che promette un regresso di due secoli, non poteva mettere a repentaglio la sfida della Clinton e di Sanders, mostrandosi sorridente al fianco di un uomo che per l’americano medio, che non è esattamente il newyorchese della “upper middle class” che pensiamo noi, rappresenta il diavolo o, forse, anche qualcosa di peggio. E non poteva nemmeno tendere del tutto la mano a Raúl Castro perché pur sempre di rapporti politici si tratta e, a parte le fiabe, il lieto fine non esiste da nessun’altra parte.

Valutiamo, dunque, con la dovuta attenzione i piccoli passi avanti compiuti dagli Stati Uniti nelle relazioni con Cuba e rendiamoci conto che senz’altro il solo fatto che un presidente americano abbia messo nuovamente piede sull’isola, a ottantotto anni di distanza dalla visita di Grover Cleveland (anno 1928), costituisce di per sé una svolta epocale, propiziata, non ci stancheremo mai di sottolinearlo, dalla saggezza e dalla lungimiranza di quello straordinario uomo del dialogo che è papa Francesco.

“Todos somos americanos”: questo è stato il messaggio di Obama, con un chiaro riferimento a Castro e, per l’appunto, a Bergoglio, e questo è il messaggio che il presidente, ormai a fine mandato, ha voluto portare anche in Argentina, la terra di Francesco, dove si è scusato e rammaricato per il sostegno che il suo paese diede alla feroce dittatura di Videla, a cominciare dall’avallo concesso da Kissinger alla “guerra sporca” che costò la vita a decine di migliaia di oppositori del regime.

Cuba come interlocutore e il Sudamerica non più considerato alla stregua del “cortile di casa” bensì come un importante alleato strategico al cospetto di una sfida, quella della globalizzazione, che almeno Obama ha capito perfettamente che gli Stati uniti non possono sperare di vincere da soli: questo è il risultato dei suoi due viaggi inter-americani di questa settimana.

Un mondo multipolare nel quale l’America rinuncia a svolgere il ruolo di poliziotto e di guardiano e si pone, invece, come propulsore di un cambiamento collettivo, basato su riforme radicali del sistema, accantonando si spera per sempre l’aberrante idea di Francis Fukuyama secondo cui la storia sarebbe finita e un unico modello sarebbe destinato a dominare la scena nei secoli dei secoli.

La visione di Obama, al contrario, è quella di una storia in continua evoluzione, di un mutare sistematico del quadro internazionale, di un succedersi dei vari scenari, di un alternarsi di potenze egemoni, tanto che il suo intento, ormai chiaro a molti, è quello di mantenere l’America al centro dello scacchiere mondiale ma non più come leader indiscusso bensì come attore di primo piano all’interno di una comunità di nazioni guida.

Volendo tracciare un bilancio complessivo dell’esperienza obamiana, potremmo pertanto dire che è stato uno statista cosciente dell’irripetibilità del Novecento, un politico del tutto estraneo al clima da Guerra fredda che ha animato senz’altro Bush e, in parte, anche Clinton, un uomo che si è lasciato contagiare dalla visione ampia e globale del Papa e ha scelto di far suo quel messaggio di apertura senza precedenti, un soggetto pienamente consapevole del mutato clima internazionale, dell’entità delle sfide che dovremo affrontare nei prossimi anni e della necessità di chiudere tutti i fronti aperti dalle precedenti amministrazioni e, si spera, non riaperti dalla successiva, sia essa a guida democratica (Clinton) o, Dio non voglia, repubblicana (Trump).

Se la profezia di Francesco è rappresentata dalle periferie, quella di Obama è costituita senz’altro dal disgelo con alcuni nemici storici degli Stati Uniti: l’Iran nel contesto mediorientale, Cuba in quello americano e, con ogni probabilità, se non fosse a fine mandato, in nome della comune lotta contro il Daesh, avremmo, nell’arco di uno-due anni, una ripresa positiva dei rapporti anche con la Russia di un Putin, il quale sta confermando, giorno dopo giorno, la propria indispensabilità nella battaglia contro il terrorismo fondamentalista.

Il destino della presidenza Obama, di questi otto anni che ormai volgono al termine, è quindi quello di essere ricordata come la presidenza delle mani tese al posto dei pugni, del multilateralismo al posto dell’unilateralismo bushiano, del pieno ingresso del Paese nel Terzo millennio, delle nuove tecnologie e della rivoluzione telematica proveniente dalla Silicon Valley; ma anche come la presidenza sotto cui si sono formati i Millennials che oggi spingono Sanders e come la presidenza della crisi economica affrontata e sconfitta ma non sradicata dal sistema sociale di una Nazione che rimane comunque fra le più inique al mondo.

Un’eredità pesante e da conservare, un’eredità che la Clinton dovrà essere brava a non dissipare e attenta a mettere a frutto, un’eredità che ci lascia un’America stimata come non lo era più da tempo e, tutto sommato, assai più centrale negli equilibri internazionali di quanto non lo fosse ai tempi di un incapace che giocava a fare il gendarme e che ci ha lasciato in eredità il Daesh e una polveriera mediorientale che sarà un’impresa ardua, per non dire ai limiti dell’impossibile, ricondurre alla normalità.

Obama: la cultura al servizio della politica. Castro: la saggezza tattica di un protagonista a cavallo di due secoli. Il futuro: un’incognita che dipende molto sia dal nome e dalle decisioni del nuovo inquilino della Casa Bianca sia dalla direzione che prenderà l’isola dopo la conclusione di un embargo che l’ha ridotta allo stremo e chiamata adesso a fare i conti con una modernità che, oggettivamente, desta una certa apprensione.

I prossimi anni saranno decisivi per capire se il destino del Nord America sarà quello di una pacifica convivenza o, speriamo vivamente di no, di una rinnovata conflittualità. Nessuno dei due sfidanti di novembre è sulle stesse posizioni di Obama, ma diciamo che la Clinton potrebbe garantire, a modo suo, un minimo di continuità mentre Trump costituirebbe una cesura netta e pericolosissima per gli equilibri dell’intera regione, specie se consideriamo anche la sua folle presa di posizione contro gli immigrati messicani.

Se a ciò aggiungiamo che i Castro sono ormai molto anziani e che lo stesso Bergoglio ha già annunciato che il suo sarà un pontificato breve, capiamo per quale motivo l’evoluzione del contesto americano, alla luce del suo intreccio fra politica, economia, innovazione tecnologica, spiritualità, riforme e nuovi assetti di potere, sarà decisiva per comprendere le sorti di un continente e dell’umanità nel suo complesso.

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