Sabato, 07 Maggio 2016 09:26

Sadiq Kahn è il nuovo sindaco. Londra rimane Londra, nonostante tutto

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LONDRA - Tralasciando per un momento ciò che è avvenuto a Londra, con la storica affermazione del labourista Sadiq Kahn, non sono affatto buone le notizie che ci giungono dal Regno Unito al termine di questa tornata elettorale. Non sono buone perché il triste fenomeno dell’UKIP di Nigel Farage, che un anno fa sembrava essere stato ridimensionato dall’esito delle elezioni generali, non solo avanza ma recupera una centralità che lo rende nuovamente un protagonista della scena politica britannica.

E non è una buona notizia nemmeno l’arretramento del Labour in Scozia, in favore di un partito, lo Scottish National Party, il cui obiettivo dichiarato era e resta la secessione del paese dal Regno Unito, non sopportando più le politiche economiche ultra-liberiste che caratterizzano il governo di Londra da oltre trent’anni. E qui si apre un discorso che merita attenzione, se non altro per smontare le accuse false e pretestuose che sono state rivolte all’indirizzo del segretario del Labour, Jeremy Corbyn, da parte di soggetti che non sanno nemmeno dove si trovi geograficamente la Gran Bretagna.

L’SNP continua a dilagare in Scozia non perché Miliband o Corbyn siano troppo di sinistra ma perché le politiche portate avanti dal suo leader, Nicola Sturgeon, mettono apertamente in discussione i dogmi del pensiero unico dominante al numero 10 di Downing Street, a cominciare dai tagli al welfare imposti dal cancelliere dello Scacchiere, Osborne, e dalla mancanza di un’adeguata rete di protezione e di tutela sociale che sta mettendo a repentaglio l’avvenire di intere generazioni. Se vogliamo, dunque, Corbyn è stato sì sconfitto in Scozia ma da sinistra, non da destra, come vanno ripetendo da ore i suoi detrattori e i nostalgici di un’esperienza totalmente fallimentare quale quella blairiana. 

Se Blair ha garantito al New Labour dieci anni ininterrotti di governo, cui vanno sommati i tre di Gordon Brown fra il 2007 e il 2010, è altrettanto vero, infatti, che da allora il partito non ha più trovato una linea comune né la capacità di svolgere un’adeguata opposizione a governi fragili ed estremamente discutibili come quelli di Cameron. Non solo: il clima nel Paese è nettamente peggiorato, specie dopo la guerra in Iraq e le sue amare conseguenze, al punto che già nel 2005 Blair vinse per mancanza di avversari, andando incontro a un declino che lo porta ad essere ricordato più come il vassallo di Bush in Afghanistan e in Iraq che come l’uomo che riuscì a spezzare il dominio quasi ventennale dei tories.

E così, l’estate scorsa è accaduto l’impensabile: un uomo di oltre sessant’anni, non particolarmente aitante, vestito in modo normale, con idee chiare e marcatamente di sinistra è riuscito a conquistare il cuore e a restituire una speranza alle giovani generazioni, proponendo una svolta rispetto alla strada seguita sino a quel momento e ottenendo la guida del Labour. Quest’uomo non è arretrato di un millimetro, non si è fermato davanti alle contestazioni interne, le ha affrontate con civiltà e ha avuto la saggezza di presentare, a Londra, un candidato che può essere considerato un manifesto della sua idea di politica e della sua visione del mondo. 

Sadiq Khan, difatti, è un musulmano di origini pakistane, figlio di un conducente d’autobus, tuttora residente a Tooting, ossia in periferia, avvocato attento ai diritti umani, favorevole alle nozze gay e convinto che si debbano varare politiche abitative alla portata di tutti, specie in una città dai costi proibitivi per molti. In poche parole, è un uomo di sinistra senza se e senza ma, capace di comprendere il desiderio di giustizia, di pulizia, di uguaglianza e di integrazione che caratterizza il nostro tempo nonché dotato di una biografia e di un volto che lo rendono il testimone ideale della Londra multietnica e globale che si proietta nel futuro senza erigere muri o fili spinati.

Quelle che si sono svolte giovedì scorso sono state, pertanto, elezioni di forte impatto, nazionale e internazionale, in quanto l’esito del voto in una capitale è sempre indicativo di dove andrà a parare il paese: è accaduto in Francia, dove la vittoria di Anne Hidalgo ha fatto sembrare improvvisamente obsoleti e fuori dal mondo i liberisti duri e puri Valls e Macron e l’impalpabile e tentennante Hollande; è accaduto negli Stati Uniti, dove New York non è la capitale ma quasi e vi governa un sindaco italo-americano, Bill de Blasio, che ha anticipato di qualche anno la campagna socialista di Sanders e ha costretto Hillary ad accantonare i toni da Lady Terza via; è accaduto in Spagna, dove l’affermazione di Podemos a Madrid e, soprattutto, nella Barcellona di Ada Colau, sindaco anti-sfratti, ha spianato la strada all’avanzata del partito anche alle Politiche, segnando l’inizio del tracollo dei due grandi partiti che hanno scritto la storia della Spagna dal ’78 (anno dell’approvazione della nuova Costituzione) ai giorni nostri; accadrà senz’altro anche nel Regno Unito, dove la vittoria di Khan a Londra è positiva sia per la sua ferma posizione anti-Brexit sia per il fatto che rafforza l’idea di una sinistra che deve tornare a svolgere, da quelle parti più che altrove, il proprio mestiere.

Infine, in quest’Europa dei muri, delle barriere, dei fili spinati, degli Orbán e dei rapporti privilegiati con Erdogan, in quest’Europa il fatto che la capitale finanziaria del Vecchio Continente abbia deciso di affidarsi ad un uomo che senz’altro non piacerà né ai poteri forti della City né agli xenofobi che stanno infestando anche paesi un tempo estranei a fenomeni di questo tipo come l’Austria è un segnale importantissimo. Perché dimostra che Londra rimane Londra, nonostante tutto, che la civiltà è più forte della barbarie, che per tutti può esserci un’opportunità e che il mondo intero ha bisogno di un pensiero diverso e radicalmente alternativo a quello che l’ha oppresso negli ultimi tre decenni. Quando la sinistra fa la sinistra, pone l’orecchio a terra e contrappone il valore della solidarietà e della collaborazione tra le varie componenti della società alle urla belluine e razziste degli avversari, ecco che anche l’impossibile avviene.

 

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