Giovedì, 08 Settembre 2016 21:14

Mao Tse-tung e la Cina maodenghista

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Quarant’anni dalla scomparsa di Mao Tse-tung, il Grande Timoniere della Cina moderna, l’artefice della Lunga Marcia, capace di trasformare una mesta ritirata in una sorta di cammino verso la gloria, premonitore di un futuro di lotte e di grandi cambiamenti.

Mao Tse-tung il condottiero: acerrimo nemico di Chiang Kai-shek, padre della Cina moderna nonché promotore di svolte rivelatesi nel tempo dei veri e propri disastri, come il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale del ’66, punti di non ritorno per un Paese bisognoso, invece, di normalità, stabilità e riforme sensate.

Non a caso, quell’infausta stagione provocò l’ascesa di un altro strenuo rivale di Mao: quel Deng Xiaoping che in parte riprese e in larga misura ampliò le politiche d’apertura verso l’Occidente iniziate dal predecessore nei primi anni Settanta, quando era ormai chiaro quanto fossero dannosi l’anti-occidentalismo spinto e gli eccessi isolazionistici che avevano condotto la Cina sull’orlo del precipizio, con rapporti gravemente compromessi, per non dire pressoché inesistenti, sia con gli Stati Uniti che con l’Unione Sovietica, ossia con i due protagonisti dello scenario globale dell’epoca.

Cosa resta oggi di Mao Tse-tung, della sua scarsa considerazione per gli intellettuali., della sua guerra contro gli alti burocrati del Partito Comunista Cinese, del suo “Libretto rosso”, dell’ammirazione che aveva suscitato nella generazione sessantottina, delle sue massime, della sua filosofia di vita e del suo pragmatismo spinto all’estremo, fino a sfociare nella più barbara e nociva spregiudicatezza? 
Cosa resta oggi della sua idea secondo cui “tutte le parole e gli atti che si scostano dal socialismo sono totalmente cattivi”?

Cosa resta del suo pensiero in merito alle prerogative della rivoluzione, definita nel “Libretto rosso” in maniera tanto nitida quanto inquietante? 

“La rivoluzione – scriveva Mao – non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”. 

Un’intera generazione ne rimase affascinata, nonostante la carestia devastante provocata con la collettivizzazione forzata dell’agricoltura che ridusse alla miseria e alla fame il suo popolo e ignorando, o sottovalutando con una punta di indifferenza e di cinismo, la sua sistematica persecuzione nei confronti di qualunque voce critica.

Chi è stato davvero Mao Tse-tung? Un politico scaltro, un condottiero senza scrupoli, un filosofo, un pensatore, un rivoluzionario o uno spietato dittatore? Per comprenderne la complessa figura e la non meno intricata azione politica, è opportuno prendere atto che egli, in diverse fasi della sua vita, e talvolta anche nella stessa, è stato tutte queste cose insieme, mescolandole con abilità e riuscendo, non sembri strano, a farsi amare dal suo popolo al punto di giungere al culto parossistico della personalità: caratteristiche che gli valsero appellativi quali “salvatore del popolo” e addirittura “sole rosso al centro dei nostri cuori”. 

Come tutti i despoti, tuttavia, anche Mao ha avuto il difetto di costruire poco o nulla, di non crearsi una successione all’altezza, di non credere davvero che potesse esistere un uomo altrettanto in grado di guidare la Cina, di non dar forma a un pensiero profondo e radicato, in grado di resistere nel tempo, e così oggi del maoismo di un tempo, anche nel contesto orientale, è rimasto ben poco, avendo prevalso di gran lunga la filosofia di Deng Xiaoping, con le sue aperture al mercato, la sua interpretazione meno estremista dell’ideologia socialista e la sua progressiva introduzione di forme sempre più pervasive di capitalismo, tanto che ormai, a proposito della Cina, si parla di capitalismo di Stato o, per dirla con lo stesso Deng, di “socialismo con caratteristiche cinesi”.

Una Cina diversa, occidentalizzata, incline a importare vizi e virtù di un mondo dal quale specie i suoi rampolli più facoltosi si sentono quasi sedotti; una Cina nella quale, forse, Mao farebbe fatica a riconoscersi, dopo aver esercitato un’egemonia culturale che è durata per decenni, anche dopo la sua morte; una Cina in bilico fra tradizione e modernità, campagne arretrate e megalopoli frenetiche, passato e futuro, “Libretto rosso” e sirene della finanza globale; una Cina fragile e con un PIL in picchiata ma non per questo meno affascinante e attrattiva per i capitali stranieri; una Cina, infine, che sta tentando di entrare nel Ventunesimo secolo, ben cosciente del fatto che non sarà facile metabolizzare l’eredità del Novecento e di un leader la cui eredità, per quanto controversa, è comunque gigantesca e in grado di aleggiare sopra la testa di qualunque successore.

 

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