Giovedì, 15 Settembre 2016 08:36

Suicidarsi per un video hard nella tragica era della spettacolarizzazione dei social

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ROMA - Italiani che giudicano, altri che condannano.

Si è innescato un dibattito all’ultima parola sul caso di Tiziana Cantone, la 31enne suicidatasi per via dei filmati “piccanti” finiti nella rete e diventati addirittura virali. Un tragico epilogo che si rifà tragicamente ai principi malati di una società sempre più legata ai social media che alla realtà in cui vive, dove tutto deve essere ripreso, fotografato, taggato e dato in pasto alla rete.

Probabilmente la colpa non è del web, come qualcuno ha insinuato, ma della responsabilità degli individui troppo accondiscendenti rispetto alle logiche di spettacolarizzazione della loro vita. Ogni giorno sui social, come facebook, siamo letteralmente infestati da individui che si apprestano a rendere pubblica la loro vita più privata con l'intenzione conclamata di stupire attraverso modi e comportamenti che rientrano appieno negli schemi egocentrici dei social. Un modello che prende forma attraverso una dinamica infernale dove gli individui diventano i veri giocattoli “usa e getta” della tecnologia, posseduti da evoluzioni mediatiche che spesso sfuggono di mano e che possono portare anche a delle conseguenze funeste, come accade sempre più spesso. 

Inutile dividersi su vittime e carenefici del tipo “se l’è cercata”, oppure “è colpa della rete”, “adesso ci vogliono regole”. Certo delle colpe individuali ci sono, ma la responsabilità finisce sempre per ricadere negli individui troppo accondiscendenti che cedono alle logiche di una spettacolarizzazione fuori controllo che i social impongono, dando l’effimera illusione che sia poi possibile dominare questo meccanismo perverso di una complessità abnorme, quando invece avviene nel tempo esattamente il contrario. Il noto pubblicitario Bill Bernbach, considerato un  rivoluzionario nel suo campo, diceva: “Adatta la tecnica all'idea, non l'idea alla tecnica”. Una frase che dovrebbe far riflettere sull’uso sconsiderato dei social dove ognuno, facendone spesso un uso improprio, diventa volutamente il pubblicitario esasperato di sè stesso.

Speriamo che dopo questo triste episodio ci si renda conto che, senza false retoriche, è meglio  limitare o evitare totalmente di rendere pubblica la vita privata di una persona, specie nell’estrema modernità tecnologica in cui viviamo, che - come il grande fratello - ci osserva già 24 ore su 24. C’è solo da auspicare che questa sofferenza generale che ha colpito Tiziana possa immergerci tutti in un bagno di realtà, alimentando la convinzione che un uso più consapevole dei social network, che - ahimè - diventano sempre più la vetrina del malessere quotidiano,  possa evitare fatti come questo, nella pericolosa e tragica era della spettacolarizzazione. 

Alessandro Ambrosin

direttore responsabile

www.dazebaonews.it

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