Sabato, 17 Giugno 2017 17:57

Per le grandi aziende non sempre è facile essere politically correct

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ROMA - Uno dei casi più noti di sfruttamento del lavoro minorile è quello legato all’estrazione del coltan, un materiale da cui si estrae il cobalto, essenziale per produrre le batterie di molti oggetti moderni, dagli smartphone, computer portatili e automobili: l’industria delle batterie ne utilizza circa il 42 per cento della produzione mondiale, il resto viene utilizzato per applicazioni industriali e militari.

La maggior parte del cobalto oggi in commercio proviene dalla Repubblica Democratica del Congo dove però è radicata la piaga del lavoro minorile. Qui sono migliaia e migliaia i bambini e i ragazzi sfruttati nelle miniere in condizioni di lavoro molto simili alla schiavitù. L’Unicef ha stimato che nel 2014 nel comparto minerario della RDC lavoravano circa 40mila bambini, la maggior parte dei quali nel settore del cobalto. Una realtà ormai ben nota che è stata confermata anche dal recente rapporto  realizzato da Amnesty International in collaborazione con African Resources Watch. 

Oltre ai problemi sociali legati allo sfruttamento minorile, le condizioni di lavoro sono tali da destare preoccupazione anche per gli adulti: l’esposizione prolungata alle polveri causa gravi malattie respiratorie e il livello di sicurezza dei luoghi di lavoro è fermo ad alcuni secoli fa. Secondo Amnesty International la maggior parte dei minatori “non ha nemmeno l’equipaggiamento di protezione base, come guanti, vestiti da lavoro o mascherine”. I crolli nelle gallerie sono comuni e ogni anno sono centinaia i morti. 

Eppure chi è costretto a comprare questo materiale dalla RDC, fino ad ora non è riuscito ad ottenere che venissero adottate condizioni di lavoro più umane. O forse non ha voluto farlo. Impossibile per loro come per i consumatori non sapere cosa avviene nelle miniere. Le grandi società come Apple e Tesla non possono più ignorare le domande imbarazzanti circa la provenienza del loro cobalto che, in linea generale, non è etico, come dice OilPrice.com. Anche aziende come Fujitsu e General Electric, che hanno adottato protocolli basati su un'alternativa etica allo sfruttamento minorile e dei lavoratori, si trovano ad affrontare una grave carenza di cobalto proveniente da fonti etiche e certificate. Una decisione che avrebbe già fatto lievitare i costi di questa materia di oltre il 50%. 

E le cose potrebbero peggiorare a breve: le stime parlano di un aumento della domanda di questo minerale del 500 per cento, secondo quanto riportato dal sito che si occupa di energia e geopolitica OilPrice.com.

Fino ad ora, però, le pressioni  e le proteste delle aziende (alcune, e le altre?) non hanno ottenuto risultati a causa del quasi monopolio, dell’ostinazione delle autorità congolesi e alla bramosia di ricchezza di chi gestisce le miniere.   

Ma qualcosa potrebbe cambiare. Un’azienda statunitense, la Us Cobalt, sta acquistando giacimenti di cobalto nell’Idaho e ha annunciato che intende estrarlo senza sfruttare i lavoratori. per contro l’azienda giapponese Fujitsu ha appena comunicato di aver sviluppato una nuova tecnologia, ricavata dalla lavorazione di materiali a base ferrosa a cui ha conferito la tensione necessaria, in grado di offrire un’alternativa vera e propria al cobalto.

Due alternative che potrebbero porre fine allo sfruttamento minorile legato all’estrazione del cobalto nella RDC.

 

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