Venerdì, 01 Settembre 2017 09:01

Władysław Gomułka e i tormenti della Polonia

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Nulla nella vita di Gomułka è stato semplice. I suoi settantasette anni sono stati caratterizzati, infatti, da una costante lotta, innanzitutto contro quelli che avrebbero dovuto essere i suoi compagni di partito, i suoi punti di riferimento ideologici, le sue fonti di sostegno.  

Capo del Partito Comunista Polacco (KPP), era nato nel 1905 a Krosno, vivendo pertanto sulla propria pelle tutta l'epopea tragica delle lotte operaie e delle successive persecuzioni naziste che segnarono la prima metà del Ventesimo secolo, in un Paese che oltretutto era stato per quasi centocinquant'anni smembrato e suddiviso fra Austria, Russia e Prussia a seconda delle reciproche zone di influenza. 

Un comunista, dunque, ma prima di tutto un polacco, consapevole dei bisogni della sua gente, del carattere del proprio popolo, dell'unicità dei singoli stati e della necessità di seguire la rotta autonoma tracciata da Tito in Jugoslavia.

Per questo subì accuse d'ogni sorta, venne perseguitato, incarcerato, sottoposto agli innumerevoli tormenti, anche psicologici, tipici dello stalinismo e infine riabilitato dopo il ventesimo congresso del PCUS del '56, in cui Chruščëv denunciò pubblicamente i crimini del predecessore, aprendo una nuova fase nella lunga e controversa storia dell'Unione Sovietica. 

Non godette mai, tuttavia, del favore o delle simpatie dei capi di Mosca, non fu mai un vassallo del Cremlino, spesso non fu nemmeno allineato alle sue direttive, benché gli anni Sessanta lo videro protagonista di alcuni esecrabili atti di repressione e censura nonché del sostegno alla barbarie attuata da Brèžnev in Cecoslovacchia nei confronti del "socialismo dal volto umano" di Dubček e Svoboda. 

Il terribile 1970, con le rivolte operaie conclusesi nel sangue nei cantieri navali di Danzica e Stettino, lo costrinsero infine a passare la mano, favorendo l'ascesa di Edward Gierek e l'inizio di quel processo di apertura e modernizzazione del Paese che avrebbe avuto nell'Ostpolitik avviata da Willy Brandt e nell'azione diplomatica, e al contempo estremamente incisiva, di Giovanni Paolo II i suoi principali interlocutori e punti di riferimento. 

Morì a Varsavia il 1° settembre 1982, trentacinque anni fa, al termine di un'esistenza drammatica ed incompleta, straziante e avara di soddisfazioni, nonostante abbia ricoperto ruoli apicali nel panorama politico polacco.

Se ne andò con i suoi dubbi, con i suoi tormenti, con il suo costante senso di sconfitta e con la sua sostanziale disperazione: un martire del Novecento, secolo connotato dai diluvi della storia e dalla triste sorte di autorevoli condottieri abbandonati a se stessi.

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