Domenica, 18 Febbraio 2018 16:57

Un orto su Marte ci salverà

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“Il mondo scientifico si sta preparando ad andare su Marte e in Italia si fa la guerra ai vaccini”. A dichiarare esplicitamente il paradosso è il responsabile del laboratorio di biotecnologie dell’Enea, Eugenio Benvenuto, interpellato su un ambizioso progetto al quale sta lavorando insieme con altri scienziati: il cosiddetto “orto marziano” che dovrà produrre verdure particolarmente sostanziose e selezionatissime destinate ad arricchire la dieta degli astronauti. 

Non è difficile supporre che i nostri viaggiatori dello spazio, per quanto riguarda l’alimentazione, non possono certo levarsi tante soddisfazioni: il loro cibo sarà ricco di proteine, ma non è certo da leccarsi i baffi. Ecco dunque l’idea di un “orto marziano” per produrre direttamente in orbita generi alimentari vegetali d’immediato consumo. Il progetto, in corso di realizzazione da parte dell’Agenzia Spaziale Italiana, dell’Enea, che ha messo a disposizione i suoi avveniristici laboratori della Casaccia alle porte di Roma, e dell’Università di Milano, è in questi giorni sperimentato nella missione internazionale “Amadee 18” che vede cinque astronauti di varie nazionalità, fra i quali una donna, impegnati per quattro settimane in una zona desertica dell’Oman scelta per simulare l’esplorazione umana di Marte. Dai laboratori sperduti nel deserto del Sultanato della penisola arabica usciranno presto le piantine che un giorno saranno coltivate a bordo delle astronavi o della stazione internazionale attualmente in orbita. 

Sono quattro specie di micro verdure, precisamente il cavolo cappuccio, l’amaranto originario del Perù, la senape particolarmente apprezzata in Francia e il ravanello, poi c’è anche il radicchio: piante appositamente selezionate perché sono in grado di completare il loro ciclo vitale in circa quindici giorni e garantiscono un corretto apporto nutrizionale alla dieta degli equipaggi in orbita.

Spiega l’ing. Benvenuto: ”Oggi il rifornimento agli astronauti di cibi relativamente freschi avviene con un vettore che raggiunge la stazione orbitante con una certa regolarità. Ma si tratta di un viaggio di soli 400 km. Quando l’uomo sarà su Marte e ci vorranno sei mesi per andare e altrettanti per tornare  e la permanenza sul Pianeta Rosso sarà forse di molti mesi se non di anni, solo se saremo riusciti  a  produrre piante fuori suolo, le microverdure nate e cresciute  con acqua riciclata e senza pesticidi o agrofarmaci potranno arrivare sulla tavola degli astronauti a integrazione della dieta liofilizzata”. 

Ma davvero andremo su Marte? E quando?  In proposito lo scienziato dell’Enea non si azzarda a fare previsioni, anche perché i progetti sono tanti e diversi: gli americani stanno lavorando ad un tipo di vettore, i cinesi ad un altro, l’Ente Spaziale Europeo, l’ESA, è meno ottimista sui tempi, si parla del 2040 ma anche più in là.  “ Noi certo non lo vedremo - dice Benvenuto - quel primo viaggio su Marte se lo godranno i nostri figli e nipoti”.

Ma oltre a essere un gradito omaggio agli astronauti le verdure nate nei laboratori dell’orto marziano dell’Enea rappresentano anche una prospettiva interessante nell’ambito della ricerca di nuove risorse di cibo per l’umanità terrestre. Oggi al mondo siamo sui sette miliardi di individui, nel 2050 saremo  almeno dieci. Ci sarà cibo per tutti?  La Fao ha recentemente lanciato un allarme  per la scarsità dell’acqua e il degrado del suolo  che già oggi minacciano  molte colture in diverse parti del mondo.  Quando saremo in grado di coltivare prodotti alimentari  senza più essere condizionati dal suolo, quel giorno  si potrà aumentare la produzione di cibo. 

Naturalmente l’ing. Benvenuto premette che si dovranno cambiare  stili di vita e abitudini culinarie. E accenna all’appello che la Fao ha inviato ai governi perché prendano in considerazione l’eventualità di  introdurre nell’alimentazione dei Paesi che già non lo fanno nuovi cibi, ad esempio gli insetti, ricchi di proteine e facilmente reperibili in grande quantità. Prevenendo le obiezioni sul disgusto che segue all’idea di avere in tavola un piatto di cavallette fritte dorate, lo scienziato precisa subito: “Ma si tratterebbe di farine, innocue alla vista, e comunque molto saporite”. 

E’ solo questione di abitudine: gli insetti da sempre si mangiano in molti Paesi orientali, i francesi sono appassionati di escargot, le lumache, in Piemonte e in Sardegna è apprezzatissimo dagli intenditori un tipo di formaggio che brulica di vermini  bianchi, considerati una vera leccornia. Il cibo del  futuro, dunque, sarà questo? Intanto se ne comincia a parlare. 

Ed è bene che se ne parli, perché il problema è anche nella  scarsa diffusione presso l’opinione pubblica dei risultati  della ricerca scientifica, che spesso è demonizzata anche da chi non ha nessun titolo per giudicare. L’allusione alla classe politica alla ricerca soprattutto del facile consenso e spesso miope dinanzi alle prospettive di progresso è appena velata, e  rivolge una raccomandazione all’uomo della strada, perché non si faccia influenzare dai falsi profeti. 

”Le verdure coltivate in laboratorio sono l’insalata di Frankenstein” tuonò un giorno Beppe Grillo. E oggi i suoi deputati e senatori  si dicono contrari  ai vaccini. Mentre  nei Paesi più progrediti stanno studiando come andare su Marte. 

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