Lunedì, 07 Dicembre 2020 10:24

Pandemia da Covid. A tavola non si invecchia, ma solo se il ristorante è aperto

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La pandemia da virus sta facendo molte vittime in ogni angolo di mondo e non ha ancora finito di imperversare. Non c’è chi non sia stato colpito: da quelli che raggiunti dal virus ci hanno rimesso la vita (e sono oltre sessantamila solo in Italia) a quelli che senza conseguenze per la salute sono stati condizionati nella vita di tutti i giorni dai divieti imposti a questa o a quella attività da un governo che non ha potuto non prendere iniziative fra le più impopolari: vietato questo, vietato quell’altro.

 E’ buona norma per la classe politica mantenersi il favore di cui gode oggi e adoperarsi per garantirselo domani. Ma in un caso di emergenza come quello che il Paese sta vivendo da mesi, e chissà ancora per quanto tempo, c’è poco o nulla da pianificare per il futuro: si vive tutti alla giornata, chi governa e chi è governato,  e quei politici che si danno addosso l’un l’altro sono come i manzoniani polli di Renzo che si beccano fra di loro senza sapere che un destino comune li sta spingendo ad una comune fine.

La pandemia è come una guerra, contro un nemico visibile solo al microscopio ma micidiale come un esercito agguerritissimo. E in guerra, si sa, c’è chi vince e c’è chi perde. Ci sono quelli che si arricchiscono alle spalle di chi si impoverisce, e ci sono quelli che perdono tutto, anche la vita, in aggiunta ai propri beni. 

Oltre che sanitaria l’emergenza è economica: e fermandosi a questo secondo aspetto, chi ha vinto finora alla lotteria del coronavirus e chi ha perso? Producendo e commercializzando un genere di primissima necessità sanitaria, ha il vento in poppa l’industria di certi farmaci e certo dispositivi medici. Lo stesso può dirsi dei supermercati che non hanno conosciuto un giorno di chiusura né altro divieto e stanno surclassando la timida concorrenza della vendita al dettaglio con migliaia di negozi destinati a finire male. Per non dire delle vendite online, con le multinazionali che le tasse le pagano non in Italia dove stanno guadagnando soldi a palate ma nei paradisi fiscali. Fra le vittime c’è il lavoro dipendente: nei casi disperati può contare su una cassa integrazione che non può comunque essere illimitata nel tempo. Per non dire del lavoro in nero che è da sempre larga parte dell’economia del Paese, ma non può contare sulle provvidenze di Stato previste per le altre categorie. 

Una voce particolarmente colpita alla crisi economica seguita alla pandemia è quella del turismo, in tutte le sue accezioni. Con le frontiere chiuse e la conseguente volatilizzazione delle grandi masse di turisti il danno è inimmaginabile: alberghi vuoti, crociere sospese, viaggi rimandati, cinema, teatri, stadi, musei chiusi, il tessuto sociale urbano è strappato in più punti. Difficile se non impossibile metterci una toppa. Un quadro desolante: neanche al ristorante puoi andare se non ad orari desueti: solo a pranzo, a Natale e Capodanno senza uscire dal comune, tutto congiura perché la gente rimanga chiusa in casa.

 A tavola non si invecchia, dice il proverbio, ma solo se il ristorante è aperto. Oggi per gli operatori del settore l’attesa dell’ipotetico cliente diventa spasmodica. Verranno? E quanti saranno? Per quanti dobbiamo cucinare? Per i gestori sia di ristoranti di lusso che di trattorie tipiche o di osterie alla buona la pianificazione aziendale è problematica: le ordinazioni ai fornitori, l’organizzazione del personale, la scelta dei menù, il rispetto delle norme anti-covid: un ginepraio in cui è arduo muoversi. Qualcuno giustamente si lamenta: “Sembra che i politici e i loro consiglieri tecnico-scientifici non siano mai andati al ristorante! O pensano che tirata su la saracinesca, accesi i fornelli e apparecchiati i tavoli il lavoro del ristoratore sia finito?” Se si pensa che l’Italia ha una tradizione gastronomica che il mondo ci invidia il danno arrecato dall’emergenza a questo settore è enorme. E non saranno i ristori promessi dal governo a rimediare al mancato guadagno.

Descrivendo la secentesca peste di Milano il Manzoni scrive che la folla dette l’assalto ai forni convinta che il potere tenesse nascosta al popolo la farina. Oggi non ci sono forni da assaltare, e tanto meno supermercati, ma ristoranti da riaprire prima che sia troppo tardi e tanti preziosi fornelli restino spenti per sempre.

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