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    Giovedì, 16 Marzo 2017 13:21

    Morire da bambino sepolto da una discarica In evidenza

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    Sono almeno 46 i morti sepolti dai rifiuti franati da una enorme discarica, diventata nel tempo una collina alla periferia di Addisa Abeba sulla quale vivevano decine e decine di famiglie. Ma il loro numero potrebbe crescere: sono molti i dispersi, come ha riferito il portavoce della città, Dagmawit Moges, che ha confermato che molte vittime erano donne e bambini che si trovavano nelle abitazioni di fortuna costruite sulla discarica Koshe. 

    Non è la prima volta che si verificano casi come questo. Un paio d’anni fa era avvenuto in Brasile. E poi a Payatas, nella discarica di rifiuti alla periferia di Manila che ieri è crollata seppellendo la bidonville di Quezon City.  

    “Incidenti” e morti preannunciati che non dovrebbero sorprendere: nel mondo il numero di quelli che vivono in case di fortuna è in aumento (in barba agli obiettivi del millennio fissati tra la fine del 1999 e gli inizi del duemila e che prevedevano……). 

    Il flusso di persone che abbandonano la campagna e cercano di trovare un modo di vivere nelle metropoli di tutto il mondo (senza riuscirci), ha fatto sì che ovunque si creassero vere e proprie “città intorno alle città”. Posti in cui migliaia e migliaia di famiglie si accalcano senza alcuna regola o altro: non esistono strade, niente acquedotti, fognature, linee elettrice, pronto soccorsi, scuole per i tantissimi bambini che vivono in ambienti tra i più malsani del pianeta. I minori che vivono in questo modo sono tantissimi. 

    Nella baraccopoli Attè Coubè di Boribana ad Abidjan decine di migliaia di bambini vivono in mezzo al marciume dei rifiuti in decomposizione re espirano un’aria carica di veleni di ogni tipo che causa ogni genere di malattie. Malattie di cui nessuno parla e di cui nessuno sembra sapere niente: qui non esistono ospedali e nessuno si prende la briga di stilare statistiche o dati ufficiali.    

    Nonostante le promesse fatte per decenni, gli “slum” restano una realtà diffusa in tutti i continenti. La maggior parte delle baraccopoli si trova in Africa sub sahariana, ma se ne trovano in tutti i continenti. In Brasile, a Rocinha, vivono 69mila persone: qui non va più neanche la polizia a controllare che tutto sia in regola. A  Makoko in Nigeria dove 110mila tra uomini donne e bambini vivono in quella che è chiamata la Venezia nera o Venezia d'Africa: una baraccopoli alla periferia di Lagos dove vivono uomini, donne e bambini provenienti soprattutto da Togo e dal Benin. Ad Haiti nella Cité Soleil, sono 241mila quelli che cercano di sopravvivere nella periferia della capitale di Port-au-Prince. Una volta e mezzo di più (370mila persone) sono quelle che vivono a Petare, in Venezuela nella periferia della capitale Caracas. 

    In questa triste classifica non poteva mancare l’India: a Dharavi alle porte di Mumbai (la più popolosa città indiana e cuore finanziario del subcontinente) vivono quasi un milione di persone e l’area occupata è di circa 1,7 chilometri quadrati. Recenti studi per renderla una vera città son falliti miseramente: l’investimento necessario ammonterebbe a più di 2 miliardi di dollari. In Sud Africa c’è anche Khayelitsha che in xhosa significa “Casa Nuova”: qui sono accampate 1,2 milioni di persone da quando nel 1983, ai tempi dell’apartheid, a centinaia di migliaia di neri che giungevano a Città del Capo non fu permesso di abitare negli stessi quartieri popolati dai bianchi.

    In Egitto, a Manshiet, sono 1,5 milioni gli abitanti di quello che è uno dei più grandi slum del mondo arabo (in barba alle leggi coraniche). Al suo interno si sono rifugiati anche molti dei profughi sudanesi fuggiti dal Darfur: sono esclusi tra gli esclusi dato che non essendo musulmani sono costretti a vivere in un ghetto. In Medio Oriente, in Pakistan a Orangi Town, la bidonville è una vera e propria metropoli di 1,8 milioni di persone: nata nel 1965 questa baraccopoli si trova a nord-ovest di Karachi. L’80% dei suoi abitanti non ha un lavoro fisso e il livello di povertà  e sottosviluppo sono inimmaginabili.

    La situazione è ancora peggiore a Kibera, che con i suoi 2 milioni e mezzo di abitanti, ospita ben il 60% degli abitanti della capitale keniota. Quasi tutte le case non hanno corrente elettrica e praticamente non esiste acqua potabile. Secondo dati dell’UN-Habitat ogni latrina è, in media, condivisa da 50 persone. Non esistono ospedali, né ambulatori pubblici. La sola assistenza medica è fornita da poche Ong come Amref, MSF che fanno il possibile. In Kenia a una decina di chilometri dalla capitale del Kenia Nairobi sorge anche Dandora: è considerata la pattumiera più grande di tutta l'Africa orientale, ma è stata anche definita da molte organizzazioni il luogo più inquinato del pianeta. Qui migliaia e migliaia di persone nascono, vivono e muoiono circondate dalle montagne di rifiuti in baraccopoli sorte intorno all’unica fonte di guadagno: la discarica. A Dandora, ogni giorno, vengono riversati tutti i rifiuti della capitale Nairobi: 2000 tonnellate di spazzatura maleodorante e pericolosa per la salute che vanno ad accumularsi senza possibilità di essere smaltiti (dato che la discarica è stata dichiarata al limite della sua capienza già nei primi anni 2000). E intorno o sopra i rifiuti sono sorte diverse baraccopoli. Una di queste è Korogocho: una distesa interminabile di baracche di lamiera a pochi chilometri dalla capitale. Korogocho (che in dialetto kikuyu, significa “caos, confusione”) sorge proprio su un gigantesco strato di rifiuti urbani dal quale spuntano oggetti di ogni tipo. L’odore dell’immondizia sotto il cocente sole africano impregna l’aria e insieme ai i rifiuti che bruciano (oltre che essere l’unica ricchezza sono anche la sola risorsa energetica) rendono l’aria irrespirabile. Ma anche questo inferno è niente rispetto a quello che avviene in Messico a Neza-Chalco-Itza, dove 4 milioni di persone si sono accampate alla periferia del Distretto Federale di Città del Messico. 

    In queste “città” (e in molte altre simili) uomini e donne setacciano i rifiuti in cerca di ogni tipo di oggetti, resti di cibo, indumenti, bottiglie: tutto ciò che è possibile rivendere o portare a casa. Anche i bambini lo fanno: per loro non c’è altro da fare: niente scuole, nessun asilo, niente “spazi verdi” dove giocare, niente di tutto quello che per la maggior parte degli abitanti del pianeta significa “essere bambini”. Quelli che vivono nelle bidonville non possono fare altro che cercare di contribuire alla sopravvivenza della famiglia, o semplicemente alla propria.  E, per farlo, passano le giornate immersi in un ambiente estremamente rischioso per la salute. 

    Le organizzazioni internazionali, per anni, hanno parlato di questo problema. Poi forse anche vista l’impossibilità (o l’incapacità) di trovare una soluzione o anche solo di informare la il resto del mondo, i loro sforzi sono scemati. Nel 2001 erano 924 milioni (il 31,6% della popolazione urbana mondiale) gli abitanti degli slums. La maggior parte nei paesi dell'Africa sub-sahariana, dove il 71,9% della popolazione urbana viveva (e vive tutt'oggi) in slums. 41 milioni in Nigeria, 11 milioni in Tanzania, 11 milioni in Egitto, 10 milioni in Sudan e in Etiopia, 8 milioni in Sudafrica, 7 milioni in Kenya, 5 milioni in Marocco, 5 milioni in Camerun e 5 milioni in Ghana. Numeri impressionanti.  Ma anche in altre zone del mondo la situazione non è rosea. In Asia la percentuale media della popolazione urbana che vive in uno slum varia dal 25% dell'Asia Occidentale al 35% dell'Asia meridionale. In America Latina e Caraibica la media è del 24%. Ance  in Europa ce ne sono e anche qui sono in aumento: dai 32.234 del 1990 si passerà nel 2020 a 34.543.

    Entro il 2030 sul pianeta saranno quasi due miliardi a vivere in baraccopoli, bidonville e favelas. Insomma, slum. Uomini e donne che hanno scelto di andare nelle città che non li hanno accolti. E con loro decine e decine di milioni di bambini. La sola differenza con i loro genitori è che loro non hanno scelto di fare questa vita (ammesso che di vita si possa parlare). Per loro, da grandi, resterà solo quella i tecnici definiscono "disperazione autocostruita". Una disperazione di cui tutti sono responsabili…..e nessuno fa niente.

    Ultima modifica il Giovedì, 16 Marzo 2017 13:23

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