«Tina è una moderna Amélie che vive in un mondo fantastico, pur essendo sempre conscia della sua realtà». A dirlo è l’impareggiabile Lunetta Savino impegnata sul palco del Piccolo Eliseo a Roma con “Non farmi perdere tempo: tragedia comica per donna destinata alle lacrime”. 

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Di Giulia Rocchetti

ROMA - Al Teatro Quirino, fino all’8 dicembre, Enrico Guarneri interpreta Mastro don Gesualdo, per la regia di Guglielmo Ferro. La rielaborazione drammaturgica di Micaela Miano rispetta pienamente l'intento dell'opera letteraria di Verga. Il suo valore storico e concettuale è ben reso attraverso la modalità del racconto, grazie alla bravura di Guarneri nel passare dalle vicende recitate in scene corali a quelle narrate - in forma di soliloquio - da Don Gesualdo.Questo permette allo spettacolo di scorrere a un ritmo più veloce, adeguato al teatro. L'adattamento è efficace e intelligente, senza mai penalizzare la trama, senza esserne una "riduzione". La scenografia accompagna e sottolinea questa doppia dimensione di narrazione e recitazione. Neri pannelli, che sembrano enormi pietre tombali, scorrono e si chiudono, lasciando da solo sul proscenio Mastro don Gesualdo che narra rivolto al pubblico. Nelle scene corali il fondale è visibile, e cambia aspetto secondo l’ora, le stagioni e l’ambientazione. 

 Gesualdo Motta, che grazie al lavoro è diventato un uomo ricco, resta pur sempre di umili origini. Pensa, sposando Bianca Trao, di conquistarsi un posto nella nobile famiglia decaduta, ma per tutta la vita rimarrà isolato. Motta è soprannominato dai suoi compaesani "mastro-don", fra "Mastro", riservato ai manovali, e "Don" dovuto ai signori. Il nomignolo evidenzia che nessuno riconosce in pieno la scalata sociale di Gesualdo Motta. I parenti nobili, acquisiti con le nozze, lo disprezzano perché è un parvenu, mentre quelli di basso ceto lo invidiano. Gesualdo si considera vittima della società, delle gelide occhiate di una moglie malata e debolissima, del disinteresse della figlia. Nella sua enorme casa si definisce padrone assoluto, ma è schiavo di una cosa: la roba. Come il Mazzaro' della novella di Verga, che prima di morire grida: "roba mia, vientene con me", Gesualdo è ossessionato dalle ricchezze che ha accumulato con il duro lavoro. La roba che possiede è la sola cosa per cui lo si sente proferire parole quasi d'amore; si emoziona quando parla dei suoi campi e del verde delle sue tenute, che tanto gli hanno dato e altrettanto gli hanno tolto. Vorrebbe portare tutto con sé alla sua morte, anziché lasciarlo a qualcuno che dilapiderà ciò che lui con fatica ha conquistato. La fissazione porta Gesualdo a misurare ogni cosa con lo stesso metro: i terreni, il grano, i denari. Persino la fedele serva Diodata diventa "roba raffinata, sangue di barone". Per dimostrare il suo potere assoluto sulla famiglia, ennesima proprietà da gestire, compie scelte azzardate, come trovare marito per la figlia. Isabella ama il giovane Corrado, definito da Gesualdo come pezzente, non degno di sposare sua figlia e, soprattutto, di ereditare i suoi beni. Giudica invece adeguato il duca di Leyra che, pur provvisto di titolo nobiliare, si rivela uno scialacquatore.

I concetti fondanti l'opera verghiana sono perfettamente trasposti dall'adattamento e dalla regia di Guglielmo Ferro. La caducità della vita e degli affanni materiali sono visibili quando Mastro don Gesualdo si svela per quello che è: il perfetto esponente del Ciclo dei vinti di Verga. E in questo mettere a nudo il personaggio, l'interpretazione di Guarneri è magistrale. La musica è in grado di rilevare i momenti di maggiore drammaticità, quelli in cui Gesualdo si sente più solo. Persino mentre sua moglie è in punto di morte (e sullo sfondo appare la Madonna della Seggiola di Raffaello a sottolineare il legame tra madre e figlia) il primo pensiero di Gesualdo è quello degli affari. La supplica inascoltata della moglie Bianca, il cui unico desiderio è rivedere la figlia prima di morire, mostra l'aridità di sentimenti. L'unica traccia di affetto è nell'abbraccio che l’uomo chiede a sua figlia, quasi come favore di una Trao a Gesualdo Motta. Contro quei nobili, che vorrebbero si vergognasse delle sue mani callose, non reagisce; anzi ne segue i passi e ne acquisisce la spocchia. Alla fine muore com’è vissuto.

Teatro Quirino di Roma

ENRICO GUARNERI 

MASTRO DON GESUALDO

di Giovanni Verga

con

FRANCESCA FERRO   ROSARIO MINARDI   ILEANA RIGANO    ROSARIO MARCO AMATO   PIETRO BARBARO   GIOVANNI FONTANAROSA   VINCENZO VOLO 

ELISA FRANCO   ALESSANDRA FALCI   FEDERICA BRECI

scene Salvo Manciagli

costumi Carmen Ragonese

Regia GUGLIELMO FERRO

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L’importanza del giudizio di un consumatore è fondamentale nella scelta se acquistare o meno un prodotto, e se fidarsi o meno di un servizio.

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È l’invidia, nella sua manifestazione più feroce, ad andare in scena al Teatro Quirino di Roma con “Amadeus” di Peter Shaffer, per la regia del talentuoso russo Andrei Konchalovsky.

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Coraggioso esperimento del giovane produttore Gianluca Vania Pirazzoli, NATI 2 VOLTE è un film da guardare almeno 2 volte: la prima per apprezzare la delicatezza dei contenuti – la transizione genetica verso il genere sessuale a cui si sente di appartenere – peraltro tratti da una storia realmente accaduta; la seconda per cogliere la poesia di certi momenti empatici ed apprezzare anche gli attimi interpretativi di un cast variegato e ricco di potenzialità espressiva.

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ROMA - “Fate come se foste a casa vostra” è una storia paradossale che analizza, in maniera tragicomica, il dramma dell’emigrazione e il rapporto etico e culturale che il cittadino medio di casa nostra ha con questo fenomeno. Soprattutto mette in luce non ciò che professa in pubblico, ma le emozioni che prova: dunque quello che realmente è.

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ROMA - Al Teatro FLAIANO sono terminate con grande successo le repliche di un capolavoro scritto da Luigi Magni, nell’adattamento teatrale di Antonello Avallone, che ne ha curato egregiamente anche la regia: stiamo parlando di IN NOME DEL PAPA RE! Un film famoso e di alto livello, che di sicuro appartiene  alla storia del cinema italiano, grazie anche alla presenza nel cast di attori di grande spessore come Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Ugo Tognazzi e Claudia Cardinale.   

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E' da poco calato il sipario su “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare messo in scena nello storico teatro di Via delle Fornaci, per la regia di Giancarlo Marinelli con un impareggiabile Mariano Rigillo. Sovrasta il pubblico con la sua maestosità nei panni di Shylock, il mercante ebreo, che per nulla fa rimpiangere l’interpretazione del compianto Giorgio Albertazzi. 

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ROMA - “Amadeus”, tragedia della gelosia che vede Wolgang Amadeus Mozart morire a causa del compositore a lui contemporaneo Antonio Salieri, ispirata al testo teatrale di Mozart e Salieri, microdramma facente parte delle Piccole tragedie di Puskin, è una piéce  che Peter Shaffer scrisse nel 1978, romanzando un tratto della vita dei due musicisti, senza reale corrispondenza storica.

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ROMA – Fino al 1 dicembre, alla Sala Umberto, va in scena “Misery” del drammaturgo William Goldman, nella traduzione di Francesco Bianchi. Lo spettacolo teatrale è tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King, che nel 1987 fu un enorme successo editoriale. Nel 1990 fu proprio Goldman a trasformare il libro in un film, noto in Italia con il titolo “Misery non deve morire”.

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