ROMA - L’impresario delle Smirne vuole essere in questa edizione un omaggio allo scalcinato mondo dell’avanspettacolo o meglio più in generale al mondo del teatro, con le sue luci e le sue ombre.

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ROMA - A che servono gli uomini è una commedia con musiche scritta da Jaja Fiastri, commediografa di successo e storica collaboratrice della premiata ditta “Garinei e Giovannini” con la quale firma, tra gli altri, “Aggiungi un posto a tavola”, “Alleluja brava gente” e “Taxi a due piazze”.

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Un esperimento drammaturgico ambizioso è “L’onore perduto di Katharina Blum”: spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Heinrich Boll in scena al teatro Eliseo di Roma sino al 15 dicembre.

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“Emily Dickinson  - Vertigine in altezza” un omaggio alla enigmatica poetessa inglese dell’800 è stato recentemente messo in scena al Teatro Niccolini di Firenze. Il testo di Valeria Moretti è interpretato da Daniela Poggi per la regia di Emanuele Gamba. 

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Roma - Al Teatro Quirino è da poco calato il sipario sul “Mastro Don Gesualdo”: un vero e proprio capolavoro per la regia di Guglielmo Ferro con l’imitabile Enrico Guarneri. 

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ROMA - La rilettura del più classico dei classici, ideata dal coreografo scaligero, Massimiliano Volpini, ribalta l’ambientazione originale del primo atto, sostituendo all’enorme casa borghese in festa la strada di un’immaginaria periferia metropolitana: qui, abitanti senzatetto e ribelli senza fortuna vivono come comunità d‘invisibili, adattandosi agli stenti della quotidianità e agli scarti della città.

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«Tina è una moderna Amélie che vive in un mondo fantastico, pur essendo sempre conscia della sua realtà». A dirlo è l’impareggiabile Lunetta Savino impegnata sul palco del Piccolo Eliseo a Roma con “Non farmi perdere tempo: tragedia comica per donna destinata alle lacrime”. 

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Di Giulia Rocchetti

ROMA - Al Teatro Quirino, fino all’8 dicembre, Enrico Guarneri interpreta Mastro don Gesualdo, per la regia di Guglielmo Ferro. La rielaborazione drammaturgica di Micaela Miano rispetta pienamente l'intento dell'opera letteraria di Verga. Il suo valore storico e concettuale è ben reso attraverso la modalità del racconto, grazie alla bravura di Guarneri nel passare dalle vicende recitate in scene corali a quelle narrate - in forma di soliloquio - da Don Gesualdo.Questo permette allo spettacolo di scorrere a un ritmo più veloce, adeguato al teatro. L'adattamento è efficace e intelligente, senza mai penalizzare la trama, senza esserne una "riduzione". La scenografia accompagna e sottolinea questa doppia dimensione di narrazione e recitazione. Neri pannelli, che sembrano enormi pietre tombali, scorrono e si chiudono, lasciando da solo sul proscenio Mastro don Gesualdo che narra rivolto al pubblico. Nelle scene corali il fondale è visibile, e cambia aspetto secondo l’ora, le stagioni e l’ambientazione. 

 Gesualdo Motta, che grazie al lavoro è diventato un uomo ricco, resta pur sempre di umili origini. Pensa, sposando Bianca Trao, di conquistarsi un posto nella nobile famiglia decaduta, ma per tutta la vita rimarrà isolato. Motta è soprannominato dai suoi compaesani "mastro-don", fra "Mastro", riservato ai manovali, e "Don" dovuto ai signori. Il nomignolo evidenzia che nessuno riconosce in pieno la scalata sociale di Gesualdo Motta. I parenti nobili, acquisiti con le nozze, lo disprezzano perché è un parvenu, mentre quelli di basso ceto lo invidiano. Gesualdo si considera vittima della società, delle gelide occhiate di una moglie malata e debolissima, del disinteresse della figlia. Nella sua enorme casa si definisce padrone assoluto, ma è schiavo di una cosa: la roba. Come il Mazzaro' della novella di Verga, che prima di morire grida: "roba mia, vientene con me", Gesualdo è ossessionato dalle ricchezze che ha accumulato con il duro lavoro. La roba che possiede è la sola cosa per cui lo si sente proferire parole quasi d'amore; si emoziona quando parla dei suoi campi e del verde delle sue tenute, che tanto gli hanno dato e altrettanto gli hanno tolto. Vorrebbe portare tutto con sé alla sua morte, anziché lasciarlo a qualcuno che dilapiderà ciò che lui con fatica ha conquistato. La fissazione porta Gesualdo a misurare ogni cosa con lo stesso metro: i terreni, il grano, i denari. Persino la fedele serva Diodata diventa "roba raffinata, sangue di barone". Per dimostrare il suo potere assoluto sulla famiglia, ennesima proprietà da gestire, compie scelte azzardate, come trovare marito per la figlia. Isabella ama il giovane Corrado, definito da Gesualdo come pezzente, non degno di sposare sua figlia e, soprattutto, di ereditare i suoi beni. Giudica invece adeguato il duca di Leyra che, pur provvisto di titolo nobiliare, si rivela uno scialacquatore.

I concetti fondanti l'opera verghiana sono perfettamente trasposti dall'adattamento e dalla regia di Guglielmo Ferro. La caducità della vita e degli affanni materiali sono visibili quando Mastro don Gesualdo si svela per quello che è: il perfetto esponente del Ciclo dei vinti di Verga. E in questo mettere a nudo il personaggio, l'interpretazione di Guarneri è magistrale. La musica è in grado di rilevare i momenti di maggiore drammaticità, quelli in cui Gesualdo si sente più solo. Persino mentre sua moglie è in punto di morte (e sullo sfondo appare la Madonna della Seggiola di Raffaello a sottolineare il legame tra madre e figlia) il primo pensiero di Gesualdo è quello degli affari. La supplica inascoltata della moglie Bianca, il cui unico desiderio è rivedere la figlia prima di morire, mostra l'aridità di sentimenti. L'unica traccia di affetto è nell'abbraccio che l’uomo chiede a sua figlia, quasi come favore di una Trao a Gesualdo Motta. Contro quei nobili, che vorrebbero si vergognasse delle sue mani callose, non reagisce; anzi ne segue i passi e ne acquisisce la spocchia. Alla fine muore com’è vissuto.

Teatro Quirino di Roma

ENRICO GUARNERI 

MASTRO DON GESUALDO

di Giovanni Verga

con

FRANCESCA FERRO   ROSARIO MINARDI   ILEANA RIGANO    ROSARIO MARCO AMATO   PIETRO BARBARO   GIOVANNI FONTANAROSA   VINCENZO VOLO 

ELISA FRANCO   ALESSANDRA FALCI   FEDERICA BRECI

scene Salvo Manciagli

costumi Carmen Ragonese

Regia GUGLIELMO FERRO

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Anna Cappelli è un’impiegata al comune di Latina, costretta a dividere l’angusta cucina di un appartamento di provincia con la Signora Rosa Taverini e i suoi “puzzolentissimi gatti”.

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È l’invidia, nella sua manifestazione più feroce, ad andare in scena al Teatro Quirino di Roma con “Amadeus” di Peter Shaffer, per la regia del talentuoso russo Andrei Konchalovsky.

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