Martedì, 28 Giugno 2016 09:06

Conte e Messi: l’apoteosi e la sconfitta

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ROMA - Antonio Conte, salentino, coriaceo, carattere di ferro, capacità da condottiero e grinta da vendere: comunque vada, anche se contro la Germania, sabato sera, dovesse finire male, il protagonista di questa Nazionale e di questi Europei è lui.

Anche noi, infatti, alla vigilia del torneo avevamo pronosticato un’Italia sottotono, per la quale avevamo immaginato al massimo un approdo agli ottavi, non oltre, valutando in maniera errata la qualità di un gruppo che non ha nella tecnica, nella classe e nelle individualità il suo punto di forza bensì nella tattica, nella difesa, quella invincibile della Juventus, ma più che mai nel carattere, nella rabbia, nella ferocia agonistica, nel desiderio di non arrendersi mai e di battersi con grinta e furore indomito contro ogni avversario, senza lasciarsi impressionare né intimidire da nessuno. 

La Spagna era superiore dal punto di vista individuale, migliore nel complesso del gruppo, più esperta, più abituata a giocare ad alti livelli, imbottita di fuoriclasse che hanno vinto tutto ma le mancava, per l’appunto, la fame, la voglia di mostrare il proprio valore, l’intensità, la forza d’animo, la capacità di battersi, di soffrire e di reagire alle difficoltà causate da uno svantaggio peraltro ampiamente meritato.

Contro l’Italia sembrava esserci una sorta di congiura, con Candreva infortunato, un attacco che non può certo avvalersi del talento dei Baggio, dei Totti e dei Del Piero e un centrocampo che ha perso, prima dell’inizio dell’avventura, Marchisio e Verratti; eppure, finora, nessuno se ne è accorto.
Uno spento Eder, che con l’Inter sembrava inesorabilmente avviato al destino del bidone di lusso, si è rilanciato alla grande, ritrovando lo smalto dei tempi doriani. Un Pellè che i club di casa nostra hanno sempre incredibilmente snobbato, preferendogli attaccanti assai meno duttili ed efficaci sotto porta, si sta scoprendo lo Schillaci dell’estate 2016. Un talento amato da Conte ma non adeguatamente valorizzato dal calcio italiano come Giaccherini sta dando il meglio di sé, fiutando l’occasione di mettersi in mostra per guadagnarsi, probabilmente, l’ultima possibilità di farsi apprezzare per le sue notevoli qualità, magari suscitando l’interesse di una grande squadra. E poi la difesa: il cuore del gruppo di Conte, ormai rodata, forgiata dall’abitudine a giocare insieme, da innumerevoli battaglie vinte, da una solida amicizia e dalla capacità di costituire un faro per il resto del gruppo, con la propria esperienza, il proprio valore aggiunto e una compattezza che ha fatto la fortuna delle Juve di Conte e di Allegri e adesso di questa Nazionale in tono minore ma non per questo meno degna di rispetto e attenzione.

Ci aspettavamo il Golia spagnolo ed è spuntato il Davide italiano, credevamo di non avere speranze e abbiamo dominato, pensavamo di dover soffrire il possesso palla degli iberici e invece abbiamo impartito ad avversari ormai sazi e onusti di gloria una lezione di umiltà, di gioco e di passione sportiva.
Ribadisco: non è detto che tutto ciò basti per piegare, sabato, l’armata tedesca, all’apice della carriera e intenzionata ad entrare nella storia, centrando l’accoppiata Mondiali-Europei riuscita solo alla Francia di Zidane e alla Spagna degli invincibili, nel quadriennio magico 2008-2012.

Pensando alle virtù della banda di Conte, tuttavia, non possiamo, per associazione di idee, non riavvolgere il nastro dell’avventura di Messi con la Nazionale argentina: un’avventura che, a quanto pare, si è conclusa ieri notte, a causa della sconfitta ai rigori contro il Cile nella finale della Coppa America.
Archiviata l’era Messi? Non esageriamo. Il campione è solido e, magari, ci ripenserà, appellandosi all’orgoglio, alla passione, alla rabbia, alla grinta e al desiderio di rendere giustizia a quel bambino di Rosario che sognava di emulare le gesta di Maradona. Magari farà marcia indietro e lo vedremo nuovamente in Russia, con la fascia da capitano, il sorriso sulle labbra e, chissà, la coppa dorata più ambita in assoluto fra le mani. Magari questa tristissima vicenda avrà un lieto fine, ma una cosa è certa: il Messi in maglia albiceleste non è lo stesso che incanta con i colori blaugrana e non potrebbe essere altrimenti. Perché Maradona era un figlio del popolo, della disperazione e della miseria di Villa Fiorito, sobborgo malfamato di Buenos Aires, e per lui la nazionale veniva prima di ogni altra cosa; Messi non è un figlio della ricchezza ma nemmeno della fame nera e la sua patria, di fatto, è diventata la Spagna. 

Non a caso, i maligni sostengono che di argentino ormai Leo abbia solamente le origini, in quanto è stato il Barcellona a pagargli le cure che gli hanno consentito di crescere quando i suoi ormoni non ne volevano sapere, è stato il Barcellona a valorizzarlo, a renderlo grande, famoso, milionario, stellare con la sua bacheca colma di trofei, individuali e di squadra, e dunque non sorprende che è a quei colori che Leo dedichi il meglio di sé, che consideri la Catalogna casa propria, che si senta intimamente legato alla terra che lo ha adottato e ha scommesso su di lui quando ancora era solo un campioncino in erba e che con l’Argentina torni ad essere un grande campione ma non quel del dio del calcio con il quale ci deliziamo seguendo la Liga e le competizioni internazionali per club.

L’apoteosi e il trionfo, il classico Davide che batte Golia e Sepúlveda che prevale su Borges e Soriano: perché il calcio è davvero quel magnifico romanzo popolare che coinvolge ogni popolo, ogni nazione, ogni contesto storico e che riesce, almeno per qualche ora, a renderci migliori. Poi la magia si perde, i sogni svaniscono, la meraviglia tramonta e se ne va e restano solo i ricordi: dei cileni che festeggiano per il secondo anno consecutivo, di un dio caduto dal piedistallo e ridotto in cenere dal peso schiacciante della sua stessa immensità, di uno squadrone a fine ciclo che viene disarcionato da un Olimpo in cui, a livello di club, la Spagna regna incontrastata da anni e di un’allegra brigata di aspiranti eroi sui quali nessuno scommetteva e che, invece, hanno già ribaltato la maggior parte dei pronostici. Forse durerà poco, ma cosa costa sognare?

 

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