Lunedì, 25 Luglio 2016 15:33

Anche se è stato noioso, il Tour è sempre il Tour

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Non è stato un gran Tour, non ci ha regalato le stesse emozioni delle edizioni passate sulla storia (quelle di Coppi e Bartali, di Merckx, di Pantani e, più recentemente, quella vinta da Vincenzo Nibali), non ha entusiasmato, essendo stata una Grande Boucle dominata quasi sempre dal tatticismo e dalla schiacciante superiorità di un team Sky mai così compatto ed efficace nel sostenere il proprio alfiere; fatto sta che il Tour de France è sempre il Tour de France e la sua epica, la sua bellezza, la meraviglia delle sue scalate sul Mont Ventoux o delle sue discese mozzafiato, le sue crono batticuore e i suoi arrivi in volata ci hanno trasmesso comunque sensazioni che è difficile trovare altrove.

Si è imposto Chris Froome, per la terza volta, arrivando a Parigi in scioltezza ma non senza patimenti, dopo essere caduto a causa di un incidente provocato da una delle tante falle presenti nella sicurezza di un Paese sconvolto dal terrorismo e dalla propria tragica disorganizzazione, dopo aver dovuto correre a piedi e pedalare per qualche minuto con una bicicletta del tutto inadatta, dopo aver sofferto psicologicamente e infine dopo essersi convinto di essere il più forte, imponendosi su avversari coriacei e di tutto rispetto quali Bardez, giunto secondo, e il colombiano Quintana, giunto terzo.

Un Froome straripante, in forma sin dall'inizio, capace di dettare i ritmi a compagni di squadra e avversari e di concedere ai rivali giusto le briciole, con Aru e Nibali già proiettati alle fatiche olimpiche di Rio e altri avversari onestamante incapaci di mettere in discussione uno strapotere che è apparso fin da subito inarrestabile.

Senza contare che, come ogni anno, anche in questo tormentato 2016 le strade di Francia si sono riempite di una meraviglia dal sapore antico, con una partecipazione popolare sorprendente e un coinvolgimento emotivo che lascia ben sperare in un contesto tanto dolente e provato dai drammi e dai lutti degli ultimi mesi.

Un'epifania dello sport, un trionfo dei muscoli, del cuore, della fatica, della tecnica, della strategia, della forza e del coraggio: il ciclismo nella sua essenza più vera, in quella che, non me ne vogliano i tifosi e gli appassionati italiani, era e resta la corsa a tappe più difficile e prestigiosa al mondo.

L'eterna poesia di uno sport nomade e senza punti di riferimento, se non la schiena dei propri compagni e dei propri avversari, l'asfalto e la natura: uno sport che anche in quest'epoca di sponsor e milioni, tecnologie sofisticate e aggiornamenti in tempo reale mantiene intatta una purezza pionieristica, dovuta al fatto che in sella a una bicicletta, sotto la pioggia o al cospetto di determinate vette, non c'è modernità che tenga, in quanto sei solo con il tuo destino, il tuo ardimento e le tue sensazioni, attorniato da nemici silenziosi e invisibili pronti a sbranarti, quali la fatica, la stanchezza e gli inevitabili malesseri fisici di una competizione massacrante che si snoda per oltre tremila chilometri prima di giungere alla gloria degli Champs-Élysées. 

E a Parigi, davanti all'Arco di Trionfo fatto costruire da Napoleone per celebrare la vittoria nella battaglia di Austerlitz, in quel turbine conclusivo di sentimenti e di felicità, si scorrono gli sguardi di uomini veri, soddisfatti per essere arrivati al traguardo e desiderosi di rimettersi in gioco l'anno successivo, di migliorarsi, di tornare protagonisti o di confermarsi, in una battaglia ai limiti dell'impossibile che mette a dura prova ogni centimetro del corpo e ogni angolo della mente. 

Ed è in quei momenti, quando cala il sipario e rimane solo il sorriso del vincitore acclamato da tutti, è in quei momenti che anche gli sconfitti sentono di aver compiuto comunque un'impresa, in quanto già arrivare al Tour è un qualcosa di indimenticabile mentre vincerlo consegna direttamente alla leggenda. E di noioso, a quel punto, rimane solo il commento saccente di quanti non sono in grado di comprendere fino in fondo i valori dello sport: quelli per i quali atleti sopraffatti dallo sfinimento stringono i denti e vanno avanti, coscienti del fatto che a pochi ciclisti è dato il privilegio di piangere e soffrire lungo quella striscia d'asfalto, dove l'uomo conta più del campione e, soprattutto, il campione non è tale se prima non è un uomo con un'invidiabile solidità di princìpi.

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