Domenica, 22 Maggio 2016 11:01

Bologna: ultima prova d’appello per il bersanismo

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ROMA - A Bologna si può asserire senza remore che il sindaco uscente Merola ha un solo avversario, purtroppo assai agguerrito: se stesso.

Perché parliamoci chiaro: dopo Imbeni, e lo stesso Bersani alla guida della regione, la classe dirigente del centrosinistra emiliano-romagnolo non è stata più all’altezza della sua fama. Errani diciamo che ha “tenuto botta”: tre mandati e quattordici anni alla guida della regione, qualche buon risultato, un’amministrazione riconosciuta come fondamentalmente onesta e all’altezza della situazione (vedasi alla voce terremoto del 2012) e un rapporto con il partito di sostanziale sintonia.

Il guaio è ciò che è accaduto nel frattempo intorno a questo ristretto universo politico, a questo “tortello magico” di buona qualità ma percepito da un numero crescente di elettori come autoreferenziale.

È accaduto che Bologna “la dotta”, città di Andreatta e Ruffilli, di Pasquino e Pierantoni, dei think tank, del Mulino, dell’università più vecchia d’Italia e del buon cibo, Bologna “la dotta”, patria dell’Ulivo e del riformismo che condusse l’Italia nell’euro, l’8 settembre del 2007 ha ospitato il primo V-Day di Beppe Grillo e da allora in Emilia si è verificata una serie di vicende drammaticamente sottovalutate dalla classe dirigente, locale e nazionale, del centrosinistra.

Innanzitutto, va detto che alla base di questa mutazione genetica del contesto emiliano-romagnolo sta senz’altro la crisi complessiva dei partiti e del sistema politico: il partito-chiesa di un tempo non esiste più, la militanza attiva e pressoché totale è solo un lontano ricordo e oggi, per l’appunto, si vive la cosa pubblica con molta meno foga, diremmo quasi con una pericolosa indifferenza, tanto che nel novembre del 2014, alle Regionali, votò a malapena il 37 per cento degli aventi diritto, in una terra nella quale il voto era considerato, fino a non molti anni prima, più un dovere che un diritto.

Bologna, terra di partigiani e di amministratori locali coi fiocchi. Bologna, liberata il 21 aprile del ’45, con tanto di annuncio di Biagi e Ghirelli dalla radio della Quinta armata. Bologna, città degli scontri del ’77 che costarono la vita a Pierfrancesco Lorusso, studente ventiquattrenne di medicina. Bologna, la città di Marco Biagi, assassinato sotto casa, in via Valdonica, nel marzo del 2002. Ma soprattutto: Bologna, la città della strage dell’80, i cui soccorsi furono coordinati proprio da un giovanissimo assessore ai Servizi sociali di nome Bersani, presidente Lanfranco Turci, in quanto Zangheri si trovava in Unione Sovietica e davanti alla stazione si delineava uno scenario da fine mondo. Bologna, solidarietà e bellezza, cultura e convivenza civica, con la politica che costituiva un tutt’uno con una società civile agguerrita come non mai, le coop che rappresentavano un modello di sviluppo alternativo e a misura d’uomo e l’antica saggezza emiliana a prevalere su ogni sorta di estremismo. Ebbene, di tutto questo è rimasto poco o nulla.

Perché Bologna oggi è una città impaurita, stanca, preoccupata, in cui, oltre alla crisi, preme e si fa sentire il problema dell’immigrazione e dell’integrazione dei nuovi arrivati, tanto che la Borgonzoni, volto spendibile della Lega emiliana, è accreditata del ballottaggio e il capofila grillino Bugani, fresco di nomina alla guida dell’associazione Rousseau insieme all’eurodeputato Borrelli nonché fedelissimo di Casaleggio senior e junior, si attesta nei sondaggi su un rispettabile risultato a due cifre.

A quanto pare, tuttavia, non arriverà al ballottaggio, non essendo per nulla apprezzato da una parte consistente del suo stesso mondo: quell’ala pizzarottiana che negli anni ha subito numerose espulsioni  e una progressiva marginalizzazione all’interno del movimento e che con il nostro si è sempre scontrata aspramente, sia sui toni sia sui modi sia sulla linea da seguire.

È probabile, a tal proposito, che il giovane giuslavorista cofferatiano Federico Martelloni, alla guida dell’esperimento di una sinistra aperta che si è data il nome di Coalizione Civica, possa conseguire un discreto risultato, costringendo Merola ad andare al ballottaggio con la Borgonzoni ma, soprattutto, obbligandolo ad accantonare il renzismo di maniera cui si è lasciato andare negli ultimi tre anni.

Intendiamoci: Merola ha fatto il suo, ha tenuto in piedi la città e di questi tempi non è poco; tuttavia, come un po’ tutti i dirigenti emiliano-romagnoli, dopo l’errore di Bersani di puntare su Marini nella corsa al Quirinale e dopo la catastrofe verificatasi con la candidatura di Prodi, anche il sindaco uscente ha pensato bene di saltare sul carro del vincitore, andando a rimpolpare una schiera di cedimenti che ha finito con lo sfiancare un partito che oggi conta una percentuale di iscritti incredibilmente inferiore rispetto a qualche anno fa.

Perché il bersanismo, diciamocelo chiaramente, è incompatibile con il renzismo, e Bologna è la patria dell’ulivismo e della buona amministrazione di centrosinistra, ossia l’opposto del Partito della Nazione e delle tendenze verdiniane che si stanno verificando nel resto del Paese.

Se il democratismo all’americana di Veltroni poteva essere ancora conciliabile con il crogiolo bersaniano di cui Bologna è l’emblema, l’approccio nazarenico di Renzi ne è l’antitesi. Merola, che non sarà una volpe ma non è nemmeno uno stupido, l’ha capito per tempo e ha iniziato a buttarsi a sinistra anche nelle dichiarazioni, oltre che nelle azioni, nella speranza di riuscire a contenere la spinta alternativa di una sinistra che qui non ha il volto passatista con cui si presenta in altre città bensì incarna un’effervescenza con la quale la nuova giunta di centrosinistra non potrà non fare i conti.

A Bologna, infatti, oltre al bersanismo, vanno di moda anche il civatismo tendenza Elly Schlein (simbolo di melting pot, multiculturalismo, visione globale e capacità di mettere in comunicazione non solo i vari quartieri della città ma addirittura le due sponde dell’Atlantico, essendo la Schlein figlia di un americano, iperattivo politicamente negli anni d’oro delle proteste studentesche di Berkeley) e la parte migliore del grillismo, o per meglio dire dell’ex grillismo, che vede in Favia, nella Salsi e in Andraghetti tre protagonisti di tutto rispetto. E di fronte a questi ragazzi che sanno usare internet, si presentano con un programma accattivante e, soprattutto, hanno saputo divenire gli interpreti di un’esperienza nata dal basso, l’onesto funzionariato di partito cui si affida Merola appare quasi obsoleto.

Certo, ha dalla sua la forza dei fatti, un’amministrazione che merita, tutto sommato, la riconferma, assessori di qualità e candidati che non esaltano ma nemmeno deprimono; fatto sta che manca totalmente della brillantezza e dello slancio vitale dei suoi avversari a sinistra.

Quasi un anno fa, nel corso della presentazione di un libro di Pio Cerocchi dedicato al presidente Mattarella, Bersani avanzò una proposta che merita di essere tenuta in considerazione: ricostruire il centrosinistra e dargli un respiro di governo attraverso un’alleanza fra riformisti, socialisti e movimenti. Ecco, diciamo che Bologna potrebbe essere il primo, e il più importante, laboratorio di quest’esperimento. Tuttavia, è davvero l’ultima chiamata: se Merola dovesse commettere l’errore esiziale di non compiere una seria apertura a sinistra, il rischio di una saldatura fra il “leghismo dal volto umano” e il grillismo tendenza Casaleggio, dunque Farage, potrebbe condurre a un esito elettorale in linea con il disastro del ’99, con la differenza che a vincere stavolta non sarebbe un centrista moderato come Guazzaloca ma un soggetto politico che potrebbe consentire a Salvini di accreditarsi seriamente come leader nazionale.

Onde evitare che questo avvenga, diciamo che Merola ha bisogno di tre cose: una sana autocritica, un rifiuto pressoché totale di farsi vedere insieme a Renzi, che da queste parti, come detto, non tira, e un coraggioso abbraccio con un mondo che merita di essere preso in considerazione. 

Una sconfitta di Merola segnerebbe la fine definitiva del bersanismo e darebbe l’abbrivio al nazarenismo spinto in salsa verdiniana. E questo neanche Martelloni e la Coalizione Civica possono permetterselo, dunque al ballottaggio, se adeguatamente ascoltati e presi in considerazione, faranno la differenza dalla parte giusta.

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