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ROMA – Non può essere una lotteria. Né basta rifarsi alla tradizione politica per motivare la scelta in un senso o nell’altro. Serve ragionare e decidere in piena responsabilità, perché non è vero che una ipotesi valga l’altra, e che si tratti solamente, in ultima istanza, di garantire in astratto la  razionalità del sistema.

Non dispongo di elementi di valutazione diretta della efficacia democratica del presidenzialismo spinto all’americana, piuttosto che del semi-presidenzialismo alla francese; ne so quello che ne scrivono i politologi, ed ho il massimo rispetto per ciascuno di quei sistemi. Ma da cittadino italiano, in questa fase della vita della nostra Repubblica, credo ci si debba opporre ad ipotesi di trasformazione del nostro sistema in direzione dell’uno o dell’altro di quei modelli.

Le ragioni di tale convincimento sono nette e radicate. Non v’è dubbio che il nostro modello di democrazia rappresentativa viva da almeno un ventennio il travaglio di una crisi profonda; ma una delle ragioni principali che ci hanno fin qui impedito di trovare la via di uscita da quella crisi è aver accreditato l’idea che si tratti essenzialmente di una crisi di governabilità. E dunque la ricerca si è esercitata, quasi esclusivamente, sui meccanismi elettorali, su astruse forme di premio di maggioranza, vincoli coalizionali, e via semplificando. La parola d’ordine è stata, appunto: semplificare.

Ma i problemi erano –e sono- altri, e di altro segno. I problemi erano –e sono- di credibilità dei soggetti della politica; di partecipazione, da promuovere; di responsabilità, da suscitare. E ciò chiama in causa tutti, dai soggetti collettivi, i partiti, ad ogni singolo cittadino. Invece due fenomeni deteriori e speculari si sono reciprocamente alimentati: il sistema dei partiti si è pervicacemente sottratto al necessario rinnovamento nel segno della trasparenza e della effettiva democratizzazione, additando la “governabilità” quale unica questione da risolvere; la coscienza civile si è progressivamente dispersa, sottratta al dovere della responsabilità democratica, fino a diventare terreno di coltura per irresponsabili campagne qualunquistiche che sono in realtà la negazione di ogni effettivo rinnovamento in quanto prefigurano modelli autocratici e autoritari.
In verità la storia politica recente meriterebbe qualche distinguo in più: il PD, pur tra molte difficoltà, è l’unico soggetto politico in qualche modo “eccentrico” rispetto alla deriva sopra descritta, ma il problema del rinnovamento dei partiti è inevitabilmente “di sistema”, come dice di frequente Bersani, ed è questione davvero cruciale, al pari del doveroso impegno a suscitare consapevolezza, partecipazione, assunzione di responsabilità di fronte alle asprezze della crisi generale, da parte di ciascun cittadino. Obiettivo che dovrebbe impegnare prioritariamente chiunque svolga funzioni di orientamento della pubblica opinione.
Francamente non mi pare di aver parlato d’altro. Di una cosa si può essere certi: la proposta di metter mano oggi ad una riforma in senso presidenzialista della Costituzione, al di là di ogni valutazione sull’equilibrio democratico complessivo del sistema istituzionale, riveste il preciso significato di eludere ancora una volta le vere e sostanziali ragioni della crisi della nostra democrazia rappresentativa. Non stupisce affatto che a lanciarla sia chi, nel corso degli ultimi due decenni, ha alimentato con la propria iniziativa politica la degenerazione del nostro sistema democratico, traendone immensi benefici non solo in termini di potere.
Decisivo sarà non cadere nella trappola, perché ormai è inderogabile metter mano ai mali ben più profondi e sostanziali della nostra democrazia.

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