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“No”. Due lettere dell’alfabeto, messe una accanto all’altra, apparentemente insignificanti, evocano l’idea di rifiuto. In questo “No” del rifiuto sono contenute immagini mitiche, essenza primigenia della ribellione e del ribelle.

Etimologicamente, “ribelle” significa “colui che rinnova la guerra”; il ribelle è anche colui che rifiuta la ripetizione, le norme, le leggi dei padri e del dominus. E verrebbe in mente la rivolta di Zeus che castra Urano, il padre che divorava i figli, o Prometeo che, a sua volta, si ribella a Zeus e viene incatenato per l’eternità e torturato da un’aquila che gli divora le carni; oppure si potrebbe narrare di Spartacus, il gladiatore trace ridotto in schiavitù, il quale, nel 73 d.C., fece divampare la rivolta degli schiavi nelle province romane del sud Italia.

Più difficile, forse, è fondere l’immagine della ribellione ad un’immagine femminile … solo apparentemente, in verità l’immagine della ribellione è sempre femminile, anche se è un uomo ad incarnarla. E questo perché la ribellione, prima di passare al pensiero cosciente, quindi all’atto e alla prassi di lotta, divampa nelle viscere, all’interno del corpo, in quel territorio irrazionale che appartiene, da sempre, alle donne. Lo sapevano bene i pronipoti arcaici dei Greci i quali avevano messo a guardia della giustizia la dea Dike e le terribili Erinni, le quali insidiavano sino a portare alla follia chiunque contravvenisse alle leggi eterne, non scritte, che vivono nella mente umana sin dal momento della nascita.
A queste leggi si appella Antigone, la fanciulla di Tebe: «Antigone è la magrolina seduta lì in mezzo. Sta pensando. Pensa che tra poco lascerà alle spalle la magra ragazzina scontrosa, che nessuno prendeva sul serio in famiglia, e che dovrà affrontare Creonte, suo zio, che è il Re». Con queste parole Anouilh descrive Antigone, come a sottolineare la sua fragilità fisica che tiene celata un’intensa identità umana.
Il mito è molto conosciuto e indagato da tremila anni da vari autori: da Sofocle nel V secolo a.C., alla Cavani nel suo film ‘I cannibali del 1969’. La tragedia racconta dello scontro tra Antigone, figlia di Edipo, che vuole seppellire i resti mortali dell’amato fratello Polinice, morto nella lotta fraticida, e Creonte lo zio, divenuto tiranno di Tebe, il quale, invece lo vuole lasciare insepolto, in pasto ai cani. Polinice si era battuto contro il fratello, Eteocle, perché questi non aveva rispettato i patti: entrambi dovevano governare, a turno, sulla città.
Sofocle evoca così gli accadimenti che anticipano la rivolta di Antigone: «E…i due figli sventurati, nati dallo stesso padre e dalla stessa madre, l’uno contro l’altro le lance due volte vittoriose levarono e… morte divisero, in parti uguali». Entrambi i fratelli erano morti, colpevoli entrambi di aver infranto un tabù ancestrale che impediva, ai nati dalla stessa madre, di uccidersi. Uguali nella vita, uguali nella morte. Ma per Eteocle il “difensore”, secondo Creonte, della polis, onori e pomposi funerali di stato; per Polinice, l’”eversore”, l’infamia della non sepoltura.
Antigone, sarà per quel suo nome dove già sta inscritta la propria primaria caratteristica umana, “colei che genera in opposizione”, non può adeguarsi a leggi  assurde volute dai tiranni. Lei, la ragazza magrolina, ha la propria legge interna; legge intangibile alla quale non può opporsi perché è tutto il suo essere, il suo daimon, la sua immagine interna più profonda che non può assolutamente tradire.  Lei deve obbedire al suo sentire umano, che sa del lutto, della sparizione, della separazione degli esseri umani.

La fanciulla di Tebe accetta la morte, ha accompagnato con la sorella, Ismene, il padre, all’estrema dimora, a Colono, nel sacro bosco delle Eumenidi, ma non può accettare i decreti disumani di Creonte, il quale vuole dimostrare che le sue istanze, anche le più perverse, devono essere rispettate, perché, solo in questo modo, può certificare il suo assoluto potere sulla mente dei sudditi. Antigone:«Ma per me non fu Zeus a proclamare questo divieto né  Dike che dimora con gli dei sotterranei. Non essi queste leggi fissarono per gli uomini. E non pensavo che i tuoi decreti avessero tanta forza che un uomo potesse trasgredire le leggi non scritte e incrollabili degli dei. Non soltanto da oggi né da ieri ma da sempre esse vivono, da sempre: nessuno sa da quando».
Le leggi “non scritte e incrollabili degli dei”, sono, “da sempre” l’etica del divenire umano. Sono leggi interne, irrazionali, incomprensibili per chi ha perduto la propria immagine… femminile… ribelle.
Nell’opera di Anouilh, alla fine, Antigone, ormai stremata dall’impari lotta, grida in faccia al tiranno Creonte, che non comprende la ribellione irrazionale della ragazza di Tebe: «Si, lo so voi non riuscite più a capirmi. Vi parlo da troppo lontano ormai, vi parlo da un luogo dove non vi è più permesso entrare con le vostre rughe , con la vostra ragione, la vostra pancia. Potete solo restarvene fuori, seduto sulla porta, come un mendicante, a sgranocchiare quella pagnotta dura, che voi dite essere vita».

“Antigone, Variazioni sul mito”. Marsilio Editore. Pp 200, Euro 6,00

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