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Ricominciare a pensare a essere società. Da sè stessi. Da zero

ROMA – Ancora in viaggio con il dolore e le preoccupazioni di ogni giorno stipate nella borsa assieme a un ricambio e un paio di libri a fare da contrappeso alla paura. Un sorriso disarmante di una bambina ucraina si specchia in quello altrettanto spiazzante di una donna di mezz’età marocchina. La sensazione, nitida, di un futuro che non sarà mai più “italianamente nostro” se non sapremo fare i conti con quello che siamo oggi e con quello che la storia ci impone per il domani. Perché é una vita che questa Italia sopravvive solo nel nostro pigro immaginario.
Domani che, mentre scrivo, sembra distante in questo scompartimento di seconda classe. Qualche centinaio di persone nel buio della sera attraversano un paese incupito. Appesi a una lettera di un tizio che sta facendo (esclusivamente) di tutto per difendere i propri privatissimi interessi. Saccheggiando e umiliando la politica e la Repubblica. Per la propria pancia e il proprio esclusivo godimento di cose, potere, denaro e corpi. Come se il suo privato fosse ragion di Stato. Patrimonio, guadagno, affari, speculazioni e impunità giudiziaria. Di questo e solo di questo è composta l’agenda di questo paese di clienti inebetiti e tardivamente risvegliati dal rischio, concreto, reale, assolutamente tangibile, di un veloce traumatico declino e dell’impoverimento personale e collettivo che sfregia la nostra identità. Con la miseria, la fame, la solitudine come traguardo.

Da tempo, non da solo ma in solitudine, mi sono trovato a riflettere su questo aspetto del nostro stato di declino traumatico- e temo irreversibile -e di come, almeno personalmente, sopravviverne. Perché di questo si tratta: sopravvivenza. Materiale e psicologica ancor prima che politica e sociale. Non saremo più “ricchi” come prima. Non avremo mai più l’opportunità di vivere oltre alle nostre misere possibilità. Nessun sogno americano (o brianzolo) a cui aggrapparsi. La nostra società non è congelata. Sta precipitando.
E solo attraverso patti di solidarietà fra persone e micro processi di collettivi di affermazione di desideri e bisogni, minimi e concreti, sarà possibile ricostruire qualcosa dopo questo ventennio di ubriacatura collettiva. Dopo questi vent’anni di immaginario collettivo taroccato.

Siamo qui, su questo treno che si fa strada nella notte che avanza e nella pioggia. Mentre a Bruxelles la nostra sovranità (e sarebbe già un bene vista la situazione) verrà messa in discussione non da qualche vate illuminato ma da dei tizi meno pateticamente aggrappati a dei sogni irrealistici di una crescita che ormai appartiene ad altri. Aggrappati a una presunta supremazia culturale e morale schiantata contro il muro della realtà. Una realtà che abbiamo perso di vista grazie alle nostre illusioni e alla nostra cieca arroganza. Come quell’imperatore romano che si perdeva nelle sue orgette e nei suoi baccanali a Capri mentre le frontiere dell’impero già appartenevano ad altri. A gente nuova, affamata, determinata e soprattutto viva.
Gente che ha il sorriso di questa bambina ucraina e di questa donna marocchina che attraverso il gioco e il riso riscrivono la storia di questa società, grazie al cielo, in mutazione.
Rimane a me, che racconto, il senso di vuoto di una vita spesa a narrare altri senza affrontare mai me stesso. Vuoto e stupore. Stupore di essere ancora vivo e di riuscire a intuire qualcosa mentre l’impero crolla sulle proprie fondamenta. Trascinando dietro di se le nostre storie personali.
È finita, qualsiasi cosa accada nelle stanze del potere europeo o nelle sedi di contrattazione finanziaria. È finita. Ora sta a noi, partendo da noi stessi, cercare di capire da dove è possibile costruire qualcosa. Non ricostruzione. Non c’è più nulla da ritirare in piedi. È arrivato il momento di pensare qualcosa di nuovo. Da zero. Da noi.

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