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Il duo liberista più liberista d’Italia, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in un editoriale pubblicato domenica con il consueto risalto dal “Corriere della sera” (“Giovani e articolo 18: le verità scomode”), se la prende ancora una volta con il “famigerato” articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Pare impossibile che un cattedratico in America (Alesina insegna nella prestigiosa Harvard) ed uno in Italia (Giavazzi insegna nell’altrettanto prestigiosa Bocconi di Milano) possano alterare la verità al punto di asserire che in Italia esisterebbe un regime che rende impossibile il licenziamento per motivi economici. Dopo aver asserito che soltanto una minoranza di giovani riesce ad ottenere un contratto di lavoro a tempo indeterminato, Alesina & Giavazzi così scrivono: “Il motivo è che, per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’articolo 18, e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa”.

Ancora una volta è necessario ricordare agli autorevoli cattedratici che l’affermazione non corrisponde al vero, perché in Italia esiste (nessuna legge posteriore l’ha infatti abrogato) l’articolo 3 della legge 15 luglio 1966, n. 604 che ha introdotto nel nostro ordinamento il “licenziamento per giustificato motivo oggettivo”, che significa, per l’appunto, che il datore di lavoro può licenziare i propri dipendenti quando la sua impresa sia afflitta da una crisi di sovraproduzione a causa della scarsa domanda e dalla crisi economica generale. Non solo, ma ci corre l’obbligo di informare gli autorevoli cattedratici che gli imprenditori possono licenziare anche numerosi dipendenti, perché la legge 23 luglio 1991, n. 223 disciplina, e quindi ammette, la possibilità dei licenziamenti collettivi, sempre per motivi economici.

Continua in questo modo l’increscioso equivoco sulla presunta impossibilità che in Italia esisterebbe di licenziare un lavoratore dipendente e sulla costrizione di doverlo riassumere dopo una vertenza sul lavoro, che è prevista soltanto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, per motivi non giustificati da una causa economica o soggettiva, mentre per l’articolo 3 della legge n. 604/1966 questo obbligo non c’è, in quanto prevede soltanto il pagamento di un indennizzo (cosiddetta “stabilità obbligatoria” del posto di lavoro).

Possiamo mai immaginare che Alesina&Giavazzi non conoscano il contenuto reale di queste leggi? No, vista la loro autorevolezza e statura intellettuale. Ed allora, si tratta di una spiacevole “svista”, magari dettata dai tempi di scrittura e pubblicazione domenicali del più importante quotidiano italiano? Speriamo che sia così, perché rimane soltanto un altro motivo per tanta imprecisione: voler assecondare, anche a costo della verità, le correnti sacconiane della destra italiana nel voler “spezzare le reni” al sindacato e ai lavoratori, arretrando le lancette dell’orologio alla Confindustria dei Vittorio Valletta.

 

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