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ROMA – Il naufragio di un’imbarcazione con a bordo decine di migranti diretti verso Lampedusa, avvenuto all’alba del 7 settembre, sottolinea drammaticamente ancora una volta le ragioni per cui i governi dell’Unione europea devono impegnarsi maggiormente nel soccorso e nell’assistenza alle persone che arrivano in condizioni disperate sulle loro coste.



I mezzi italiani e della Nato hanno soccorso oltre 50 migranti. Nel pomeriggio del 7 settembre, almeno una persona era morta e decine rimanevano i dispersi.

 
Nel 2011, almeno 1500 persone avevano perso la vita cercando di raggiungere l’Europa, nella maggior parte dei casi via Lampedusa, nel corso di un massiccio flusso di richiedenti asilo e migranti dall’Africa del Nord e da altre zone.


”Ancora una volta, le acque intorno alla piccola isola di Lampedusa sono state teatro di una tragedia, evidenziando come il numero delle persone che muoiono alle porte dell’Europa stia aumentando” – ha dichiarato Nicolas Beger, direttore dell’Ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee. “L’Unione europea non si sta adoperando in favore dei migranti. I suoi stati membri devono intraprendere sforzi comuni per evitare le morti in mare, raddoppiando l’efficacia e il coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso”.
 
”Sebbene il numero dei migranti in arrivo a Lampedusa sia diminuito rispetto al picco raggiunto durante le rivolte nordafricane del 2011, quest’ultimo naufragio dice alle autorità che devono restare vigili e pronte a fornire assistenza ad ampi flussi di persone, che potrebbero includere molti richiedenti asilo e rifugiati, che viaggiano a bordo di imbarcazioni sovraffollate e inadatte alla navigazione” – ha aggiunto Beger.
 
Il 6 settembre, al largo della costa occidentale della Turchia, sono annegati almeno 50 migranti, oltre la metà dei quali bambini, quando l’imbarcazione su cui erano a bordo si è capovolta. Altre 45 persone che erano a bordo – a quanto pare, iracheni, siriani e palestinesi diretti verso l’Unione europea – si sono salvati nuotando verso riva.

 
Nel 2011, numerose tragedie riguardanti imbarcazioni con a bordo migranti diretti verso i paesi dell’Unione europea via Lampedusa hanno posto sotto scrutinio internazionale la risposta delle autorità italiane e di altri paesi.

 
Nel marzo 2012, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha pubblicato le conclusioni di un’indagine su un episodio risalente all’anno prima, quando un’imbarcazione in avaria era stata lasciata andare alla deriva nel mar Mediterraneo per due settimane. Dei 72 migranti a bordo (provenienti da Sudan, Nigeria, Ghana, Eritrea ed Etiopia, compresi due bambini), sopravvissero solo in nove.

L’indagine dell’Assemblea ha messo in evidenza come un “catalogo di fallimenti” da parte delle autorità di Italia, Libia, Malta e Nato, avesse contribuito a quelle morti.


In alcuni altri casi, persone che necessitavano di soccorsi sono state loro stesse vittime di operazioni di “respingimento” che hanno violato i loro diritti umani. Molti sono stati rinviati verso un destino incerto in paesi come l’allora Libia di Muammar Gheddafi, che vantava una lunga storia di imprigionamenti e torture di migranti.
 


Quest’anno ad aprile, il governo italiano ha firmato un altro accordo con la nuova dirigenza della Libia per proseguire la cooperazione sul contrasto degli arrivi dei migranti in partenza dai paesi nordafricani. La Libia non è ancora un paese sicuro per i migranti, soprattutto per quelli provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana.

 
A luglio, attiviste e attivisti di oltre 20 paesi si sono ritrovati a Lampedusa per ricordare la sofferenza delle migliaia di migranti arrivati l’anno precedente sull’isola. Insieme ad alcuni lampedusani, hanno lanciato un appello alle autorità dell’Unione europea affinché cambino le politiche in materia d’immigrazione e facciano di più per ricevere e soccorrere i migranti anziché investire risorse per bloccarli e rimandarli indietro verso un destino incerto e possibili violazioni dei diritti umani.
 
”Continuiamo a chiedere alle autorità dell’Unione europea di rispettare e proteggere i diritti umani dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati, sia in Europa che lungo le sue frontiere” – ha concluso Beger.

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