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ROMA – Bisogna sempre guardarsi dai seguaci. Per esempio Marx dai marxiani, Keynes dai kennesiani, e per parlare di cose domestiche  Berlusconi dai berlusconiani, Bersani dai bersaniani, Renzi dai renziani. Guardare sempre con sospetto, o almeno con distacco, ciò che dicono i custodi del Vero Pensiero del leader.

Questi alla fine si dividono sempre in pro o contro su ciò che occorre fare. La premessa è necessaria per valutare con  distacco su cosa conviene fare a Matteo Renzi dopo le primarie del Partito Democratico. Un dato è certo: ha ottenuto sulla sua piattaforma politica un consenso di oltre un milione di persone e ora ha l’obbligo di gestire le conseguenze che possono essere estremamente positive per l’intero centro sinistra, oltre che per il PD, oppure potrebbero arrecare un danno assai grave. Renzi non può  arroccarsi dentro i bastioni medicei di Firenze per fare il bravo sindaco e il  militante disciplinato, commetterebbe un grave errore politico. Renzi, lo voglia o no, ha varcato il Rubicone e ora deve mostrare se è una vera risorsa per la sinistra moderna e democratica italiana oppure un venticello passeggero, una brezza. Bersani, ogni giorno che passa, mostra di essere un solido leader, un politico sobrio, equilibrato e soprattutto cosciente della gravità e difficoltà dei problemi che dovrà affrontare nel futuro prossimo venturo. E si sta preparando. Renzi, checché se ne dica, non ha proposto un altro partito, una cosa radicalmente diversa, ha però dato voce a molte problematiche che si discutevano, per lo più a mezza bocca, prima del suo avvento. 

Ha avuto il coraggio politico di spiattellarle con parole chiare e semplici. Bersani da solido e navigato politico socialdemocratico emiliano se ne è già in gran parte appropriato e le applicherà, perché ha capito il segnale arrivato anche dall’antico zoccolo duro del partito comunista, poi PDS, poi DS delle zone rosse che si è espresso massicciamente per Renzi.  Il Sindaco ha già fatto un grande favore a Bersani (e al PD) rendendolo più forte: liberandolo o attenuando i legami che lo vincolano ai troppi  capicorrente.

Renzi è un cattolico adulto, come si definì Romano Prodi, con un di più di contemporaneità, di spregiudicatezza che non appartiene a gran parte dell’attuale gruppo dirigente cattolico. Non è un caso che i suoi più aspri avversari nelle primarie siano stati proprio gran parte dei  dirigenti cattolici del PD. L’imprinting cattolico, la cultura scauttistica del sindaco di Firenze ha affascinato non pochi moderati e lui ha l’obbligo di fare da ponte, di interpretarli e di tenerli nel PD. Il sindaco di Firenze, ora deve continuare a prendere decisioni strategiche. Non può non partecipare attivamente alla vita politica del partito, il PD ha la necessità di offrire una visione  di unità, ciò non significa che Renzi debba apparire come il vinto che cammina legato dietro al carro del vincitore. Ha ragione Bersani quando dice che lui non vuole il monopolio del partito, ma neppure il duopolio. E’ proprio questa la sfida che deve affrontare Matteo Renzi: non può rintanarsi nelle ridotte pensando che è giovane e quindi può aspettare il momento buono. Il fattore tempo in politica gioca un ruolo strategico. Se, poi, pensa di contrattare con Bersani un congruo numero di “renziani” in Parlamento e lui se ne sta fuori a mo’ di Beppe Grillo a predicare ciò che è giusto e ciò che non lo è, sarebbe un altro errore: non gli servirà se non a complicare le cose a tutti. Insomma, nella calma del giorno dopo delle primarie, tutto fa pensare che  Renzi non ha altra scelta se non quella di continuare a giocare la sua partita. E’ una posizione difficile, ma se non commette errori, ha di fronte a sé una autostrada da percorrere. La guida, però, deve essere prudente. La politica insegna che ciò che appare oggi possibile, domani non è  confermato, figuriamoci fra qualche anno. A meno che……

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