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ROMA – Se questo, come pare, è il tempo delle eresie, ciascuno eserciti la propria intelligenza, ripartendo dalle cose ed affrancandosi da schemi predeterminati.

L’attuale marasma di cui ci sentiamo in balìa, potrebbe perfino diventare una occasione. D’altronde quante volte ciascuno di noi, nel corso degli ultimi anni, ha detto, o pensato: serviranno molto tempo e molta fatica per sanare le ferite profonde che l’ultimo ventennio ha prodotto nel corpo e nell’anima della società italiana. Ed ora eccoci qua, l’anamnesi è compiuta, la patologia conclamata, urgono le terapie. Da formulare, però, avendo ben a mente che il malato è la società italiana, per cui se concentrassimo la riflessione critica solo sulla sinistra e sui suoi errori -e quanti ce ne sono!- cadremmo ancora nell’antico vizio della auto-referenzialità, e quindi nella inefficacia.
Lo dico perché si percepiscono i segni di una involuzione tutta introspettiva del dibattito, che ci estranierebbe ancor di più dal “paese reale”. Da lì, invece, bisogna ripartire; e dalla situazione della economia, innanzitutto, perché anche la sofferenza sociale ne è, in larga parte, conseguenza.
Nel caotico attuale inseguirsi di dichiarazioni, interviste, commenti, finte proposte, quasi tutti dettati da sofisticato tatticismo politico, perfino gli ultimi drammatici dati ISTAT del 2012 sono confinati in articoletti di tre colonne nelle pagine interne dei quotidiani, o in qualche servizio marginale nei telegiornali (25° pagina su “la Repubblica” di oggi 2 marzo).
E sono del tutto fuori scena, in queste ore, coloro che rappresentano i soggetti reali della nostra economia.
A costoro, se mi è consentito, vorrei idealmente rivolgermi: entrate in scena, è necessario! Fatelo con la vostra autonoma identità, assolutamente fuori da ogni collateralismo, che pure in campagna elettorale si è qua e là manifestato. Dite con voce forte cosa serve ora, subito, alle imprese, a chi sta perdendo il lavoro, a chi lo sta cercando.
Voi disponete di tutti gli elementi per dirlo con credibilità e autorevolezza; non siate “rispettosi” del travaglio che in queste ore tormenta il quadro politico uscito dalle urne. Invadete il campo. Farete così un grande servizio all’Italia, alla politica stessa oltre che a coloro che voi rappresentate.
Peraltro, avendo conoscenza delle più recenti proposte di politica economica formulate da ciascuna delle principali organizzazioni della rappresentanza sociale (Confederazioni Sindacali, Confindustria, Rete Imprese Italia, Alleanza Cooperative …), affermo con convinzione che sussistono i presupposti per convenire fra di voi su quali siano le principali domande da porre alla politica e ai suoi protagonisti. Cioè a coloro che, comunque, nell’arco delle prossime settimane dovranno assumere la responsabilità di governare il paese, ovvero di sabotare il governo del paese per meschine convenienze di parte.
A proposito di eresie, lo ribadisco: non servirebbero -penso- estenuanti e rituali trattative per condividere fra di voi, e porre sul tavolo del dibattito politico, una “agenda” condivisa di priorità per il governo della economia nei prossimi mesi, per restituire la necessaria centralità alla politica economica. Perché, checché se ne dica, la economia reale ha bisogno della politica; e ancor più ne ha bisogno una società così segnata da iniquità, esclusione, diseguaglianze. A voi spetta esplicitare queste domande. E si potranno misurare le risposte, anche quelle del ventriloquo Casaleggio e del suo pittoresco replicante.
“Patto sociale”? “patto fra produttori”? Nel nostro sedimentato culturale queste nozioni evocano grandi dibattiti, anche di principio; se necessario si potrà riprendere anche la riflessione teorica, ma dopo, per favore. Ai gruppi dirigenti compete, come sempre, questa responsabilità: nei tornanti davvero cruciali della storia sociale è necessario cogliere il momento giusto per fare “la mossa del cavallo”.
Aggiungo, in fine, ma non secondariamente, che ciò che qui si sta sommessamente ipotizzando sarebbe significativo anche nel panorama sovra-nazionale. I governi dell’occidente, segnatamente l’Europa, si stanno dibattendo nella contraddizione originata dalla politica economica restrittiva, egemone nell’ultimo decennio. Il solo esasperato rigore devasta la società e non genera nuovo sviluppo. La destra liberista misura le proprie contraddizioni, ma non sa trovare la forza per nuove strategie. Solo alcuni circoli intellettuali -e, timidamente, gli USA di Obama- stanno alimentando un interessante dibattito su questi temi. Se i soggetti della economia reale, attraverso le proprie rappresentanze, sapessero chiamare in causa con forza la politica, e quindi i governi, si rafforzerebbe la possibilità della ormai indispensabile svolta.

 

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