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Piazze di nuovo infiammate in Egitto. Il venerdì di preghiera si è trasformato nello sfogo di decine di migliaia di persone che hanno riempito le piazze di diverse città egiziane come Alessandria, Beheira, Minya, Giza e altri centri nel sud del Paese.

Gli islamici sostenitori del deposto presidente Mohamed Morsi, i Fratelli Musulmani, hanno chiamato a raccolta una folla impressionante, guidata dalle parole dei leader del partito. Il bilancio è per ora di almeno 37  morti e più di mille feriti.

Sono passato due anni fa per l’Egitto tornando dalla Libia, prima ad Alessandria e poi al Cairo. Mi era bastato poco  per capire che la svolta era solo “teorica”. Passeggiando qualche ora per piazza Tahir mi ero reso conto a pelle che la rivolta non era certo finita. Per arrivare in piazza, che stava proprio dentro l’albergo subito dopo il museo egizio, ero stato costretto a superare presidi e carri armati. Ed ecco allora che mi ero fatto molte domande sulla tanto strombazzata, celebrata “primavera araba”. Adesso al Cairo, dicono, hanno finito addirittura le bare. Si continua a morire per una democrazia che ancora resta, purtroppo, un sogno. Anche lì, insomma, hanno festeggiato troppo presto.

Alla frontiera con la Libia ci era venuto a prendere un giovanissimo driver. Faccia pulita, simpatico, la conoscenza di un pò d’inglese sufficiente comunque per capirci. Abbiamo fatto amicizia durante il viaggio, ma adesso non ricordo il suo nome. Mi aveva parlato dei problemi, lui cristiano in un Egitto. Sarebbe rimasto al Cairo perchè c’era un convegno di cristiani copti. C’eravamo ben presto resi conto che l’atmosfera era incandescente: già la sera davanti all’albergo, dietro piazza Tahir, c’erano stati scontri. “Ogni sera c’è la caccia al cristiano” ci avevano detto. Adesso penso a lui, dopo aver letto della strage, più di venti cristiani uccisi dall’esercito. E oggi nel Sinai hanno ucciso anche un prete.

La situazione si va sempre più complicando. L’ultimo segnale è la formazione di un nuovo gruppo islamico (Ansar al-Shariah) che ha annunciato la sua formazione in Egitto, definendo la deposizione del presidente Morsi da parte dell’esercito una dichiarazione di guerra alla religione e minacciando di usare la violenza per imporre la legge islamica. Come al solito è sempre più difficile e pericoloso fornire informazioni. Soprattutto sotto Morsi sono stati denunciati numerosi e gravi episodi di violenza. Ashley Webster della Fox ha raccontato che agenti di sicurezza sono entrati nella sua camera d’albergo e picchiato un cameraman fuori il balcone da cui stava girando. Altri reporter sono stati aggrediti in piazza Tahrir. C’è stata anche un vittima: il 28 giugno scorso Salah al-Din Hassan, un giornalista che lavora  per il sito web Shaab Masr , è stato ucciso da una bomba artigianale a Port Said. In altri episodi contro i giornalisti, gli assalitori hanno lanciato bottiglie molotov, distrutto attrezzature, sparato proiettili veri e di gomma,  utilizzati bastoni, verghe e pugni. Un reporter è stato rapito e un altro è stato addirittura violentato.

 

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