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ROMA – Tutte le ricerche che gli istituti specializzati organizzano in Italia a distanza sempre più ravvicinata giungono a conclusioni simili. Viviamo nell’età della diffidenza,la distanza dallo Stato e dalla classe politica è così forte che l’alternativa tra ridurre le tasse e i servizi ha cambiato di segno. Meno di dieci anni fa, nel 2005,la maggioranza degli italiani (il 54 %)riteneva più impor tante potenziare i servizi come bisogno essenziale,oggi il rapporto si è rovesciato ,visto che il 70% considera prioritario ” ridurre le tasse”. Ciò significa che i costi del sistema pubblico sono per la maggior parte dei cittadini insopportabili.Ingiustificabili, comunque, di fronte alla qualità dei servizi offerti. Ciò è tanto più inquietante in tempi di crisi profonda come questi.Il bilancio che tracciano le risposte dei cittadini ai ricercatori intervistati dall’agenzia Demos nell’ambito dell’osservatorio su “gli italiani e lo Stato”, è drammatico.

In primo luogo per quel che riguarda l’economia e il fisco. Poi la politica e il reddito del le famiglie.La sicurezza,la credibilità internazionale del Paese. D’altronde sei persone su dieci pensano che la crisi durerà al meno due anni. E circa il 53 % del campione (quasi sei punti in più rispetto all’anno prima)ritiene inutile fare progetti futuri. Per la grande maggioranza degli italiani non fa progetti per il futuro perchè lo considera troppo incerto.Per loro esiste soltanto il presente. Peraltro gli italiani, pur con la loro diffidenza verso lo Stato e le istituzioni partecipano ai dibattiti che si svolgono nel Paese. Circa 5 italiani su 10 dichiarano di aver frequentato nel 2013 manifestazioni politiche, di tipo tradizionale e nuovo(attraverso la rete).

Oltre sei affermano,ancora,di es sere stati coinvolti in attività di partecipazione sociale. I più giovani mostrano un coinvolgimento molto ampio nelle manifestazioni di protesta e di attivismo on line. Il vuoto lasciato dagli attori e dalle istituzioni rappresentative, è sottolineato dall’astensione che si è verificato alle elezioni politiche del 2013:il 25 %.La più elevata nella storia della Repubblica. Non a caso quasi 3 italiani su 4 si dicono d’accordo con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica.

Quasi un antidoto al distacco dai partiti e dai governi ,a livello centrale e sul territorio. La “personalizzazione” assoluta,riassunta e identificata nello Stato. Lo stesso sta accadendo in Francia come in Spagna e non a caso in tutta l’Europa sta andando avanti il populismo che alla radice insidia la democrazia di questi anni. Sicché anche parla re,come fa il sociologo Ilvo Diamanti in un pregevole libretto che stamattina ho trovato accluso con un supplemento di quattro euro al quotidiano che sfoglio per primo, di “democrazia ibrida” mi pare espressione di un sostanziale bon ton per non chiamare le cose con il nome che meritano. Siamo ormai di fronte a una “democrazia ibrida” come scrive Diamanti o di fronte a una maschera di quella che dovrebbe essere per chiamarsi ancora un regime democratico? Ai lettori la non facile risposta.

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