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Lui da Bruxelles annuncia un discorso in Parlamento sulla “riforma” della giustizia ma Fini lo stoppa subito. L’International Herald Tribune da Tersigno: “Ormai nessuno gli crede più”

ROMA – Ancora una volta si ripropone uno scontro fra Berlusconi e Fini sul teme cruciale della giustizia. Attorno al loro rapporto conflittuale sta espandendosi la crisi della seconda Repubblica e, forse, il crepuscolo del berlusconismo. A Bruxelles per partecipare al vertice dei capi di Stato della Ue, il premier ha sottolineato che è sua intenzione proporre un messaggio agli italiani da esporre in modo solenne al Parlamento.  “Non ho ancora deciso quando fare questo intervento e spiego perché” ha detto il Presidente del Consiglio, aggiungendo: “Stiamo trattando con le altre forze politiche per una riforma della giustizia e quindi non voglio anticipare un mio forte intervento rispetto a possibili accordi che potrebbero farci arrivare a una conclusione positiva sulla possibilità di una riforma globale della giustizia”. Trattandosi di un uomo imputato per reati gravi, si può immaginare quali siano le sue idee in materia di “riforma” della giustizia.

I nodi sono ben rappresentati da Gianfranco Fini: assoggettamento dei pm al potere politico, cioè al Governo e ristrutturazione del Consiglio superiore della magistratura. Berlusconi vuole assolutamente che i pubblici ministeri, secondo lui “politicizzati”, siano messi in condizione di non nuocere, grazie ad un meccanismo, in parte ripreso dal modello anglosassone, nel quale accusa e difesa sono sostanzialmente “privatizzate” e l’ufficio del Procuratore subisca l’influenza preponderante del ministero. Quanto sia strumentale questa idea di giustizia lo conferma il leader di Fli Gianfranco Fini quando asserisce che la “riforma” berlusconiana è “come un ritorno al fascismo” che, detto proprio dall’ex segretario del Msi, assume un senso assai significativo. Secondo Fini “non sarebbe motivo di scandalo separare le carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, ma è una riforma da fare senza rinunciare all’indipendenza della magistratura. Carriere separate sì ma senza assoggettamento all’esecutivo”. Altrettanto esiziale per il Presidente della Camera sarebbe la “riforma” del Csm, perché, a suo avviso, “un eccessivo peso ai non togati” nel plenum del Csm “esporrebbe l’organo ad una forte dipendenza dal potere politico, con gravi rischi per l’imparzialità dei giudici”.

Un premier in crisi di credibilità

Berlusconi sta cercando disperatamente di recuperare una credibilità che appare largamente compromessa, anche a causa della sua disordinata vita privata. Oggi, sempre da Bruxelles, ha rigettato tutte le accuse riguardo alla vicenda della giovane marocchina, minimizzando le sue allegre serate (gli oramai celebri “bonga bonga”), spiegandole con l’esigenza di rilassarsi dai massacranti ritmi di lavoro. Ma lo scoglio da superare appare sempre più impervio, come suggerisce oggi una corrispondenza da Tersigno dell’ “International Herald Tribune”, secondo cui la popolarità del premier sta precipitando di fronte alla vicenda dei rifiuti a Napoli. Di fronte alle sue rinnovate promesse di risolvere in quattro e quattr’otto la situazione, scrive l’inviato del quotidiano americano, “pochi ormai gli credono”. L’IHT descrive un Berlusconi stritolato dalle difficoltà di “mantenere la presa sulla traballante coalizione di centro-destra” e un livello di popolarità che sta rapidamente crollando, perché la gente è “stanca di lotte intestine che sono in contrasto con le loro preoccupazioni quotidiane”.

Il premier è talmente consapevole dello stato delle cose che da Bruxelles, nel pomeriggio, è tornato a Napoli per un vertice con Bertolaso e ha trovato il tempo di recarsi in visita presso la famiglia di Silvano Di Bonito, l’operaio morto domenica nell’impianto Stir di Gugliano.

Montano le polemiche

La stampa internazionale non è la sola a disegnare la curva in picchiata delle fortune politiche del Cavaliere. “Famiglia Cristiana” oggi parla di un premier “malato”, cioè “la condizione che già la moglie, Veronica Lario, aveva pubblicamente segnalato. Uno stato di malattia, qualcosa di incontrollabile anche perché consentito, anzi incoraggiato, dal potere e da enormi disponibilità di denaro” scrive Giorgio Vecchiato. Una situazione che si ripresenta identica a quella dello scandalo di Casoria, con la minorenne Noemi Letizia che confessò candidamente la sua abituale frequentazione con il Presidente del Consiglio. Qui c’è perfino di peggio: la telefonata di Palazzo Chigi in questura per chiedere il rilascio immediato della giovane marocchina, un’intromissione insostenibile in uno Stato di diritto, per giunta a favore non di una “povera bisognosa” ma di un’avvenente minorenne già ospite di serate in allegra compagnia ad Arcore. Un atteggiamento da imperatore di fine impero, quasi lontano dalla realtà e corroso dal potere assoluto.

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