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ROMA – Le ultime due settimane del prossimo novembre il romanzo “Piccioni e farfalle fanno la rivoluzione”, importante sorpresa editoriale del 2015, edito da Terre Sommerse, ma lanciato nella versione feuilleton online da Dazebaonews, arriva a teatro, al Doppio Teatro di via Tunisi a Roma, per la regia di Riccardo Merlini, che abbiamo intervistato.

La sceneggiatura dello spettacolo “Piccioni e farfalle. Amore alla Bastiglia” è dell’autore del romanzo, Maurizio Mequio, e la scenografia è a cura di Carlo Lommi.

”PeF. Amore alla Bastiglia”, di cosa parla lo spettacolo?    

Lo spettacolo prende vita da un’azione, una semplice azione, o meglio dire, dall’evoluzione di una semplice azione. Quale? Una manifestazione! La manifestazione, come ci insegna il periodo che stiamo vivendo, è una forma di protesta a volte sterile e fine a se stessa se non sostenuta da una ferrea idea di rinnovamento e di riacquisizione di ciò per cui si sta lottando. Quando si arriva all’individuazione precisa e al consolidamento di quella che è la motivazione e la forza portante dell’idea, la protesta si trasforma nella più grande arma di cui l’essere umano dispone: la rivoluzione, che a differenza della prima, agisce su un piano globale, morale e allo stesso tempo intimo. Ognuno nella sua totalità ne viene attratto e coinvolto. Lo spettacolo prende vita da una manifestazione, attraverso l’incontro tra il protagonista e una serie di personaggi con un loro vissuto, una loro identità,. E’ attraverso il processo della parola che si arriverà alla rivoluzione. La rivoluzione presente sia nel romanzo che nel testo teatrale è trainata dall’esigenza da parte di un popolo di riappropriarsi della parola che rende liberi, ma che, come il regista Sapir ci insegna nel suo film “La Antena”, può essere tolta e allora va ripresa.

Qual è il rapporto con il romanzo e con l’autore? 

Se ho scelto di portare in scena questo spettacolo e di investire in tale progetto è perché ho profonda  stima di quella grande testa che si ritrova Maurizio, al quale ho dato fiducia al primo appuntamento quando mi è stato presentato da Carlotta Sfolgori. Si è presentato, timido, con sguardi furtivi e allo stesso tempo fuggitivi, ma tutto questo era sormontato da una decisione e una forza d’animo che Maurizio fa sua dal primo momento della giornata fino all’ultimo. Il romanzo è unico e allo stesso tempo di tutti. Di questo parla Maurizio e credo che questo romanzo sia l’emblema di quel suo spirito che infonde a tutti quelli che gli stanno vicino.

Due cast, raccontaci questa esperienza, parlaci degli attori?

La scelta di creare due cast è per me la sfida e la prova di dimostrare che i personaggi creati dall’autore non si fossilizzano su una sola tipologia umana, ma rappresenta la totalità delle persone, con tutti i loro pregi, i loro difetti e le loro passioni. Spesso i registi o gli uffici di casting tendono ad assumere attori in base alle caratteristiche puramente fisiche. Questo è sbagliato per principio, fomentando l’idea malsana che solo alcuni eletti possano interpretare determinati personaggi. Quello che credo è che la funzione del teatro e nello specifico quella dell’attore che interpreta un personaggio, sia quella di fungere da specchio distorto della realtà, ma fortemente riflettente. Nello spettacolo nessun personaggio è speculare all’altro ma, a volte, il suo esatto opposto, fisicamente e caratterialmente. Cambia la prospettiva di vedere il mondo. Ogni personaggio porta con sé un vissuto e un bagaglio di esperienze differenti che influiscono nelle relazioni con gli altri. A questo punto ogni battuta, ogni frase da lui espressa, sarà carica di altro significato e detta in modo differente, da una bocca differente. 

Quanto nella tua idea di spettacolo ci sarà di Primavalle e quanto invece questa, o meglio questo parco, sarà una metafora?

Primavalle è il luogo di nascita di questa idea, trasformata prima in forma di romanzo e successivamente in adattamento teatrale. Sarà presente il giusto, né troppo, né troppo poco. Questo spettacolo racconta di vicende vive in ogni periferia, è voce di una totalità non di una parzialità, e se da una parte è mio dovere rendere gli onori a Primavalle, dall’altra ho l’esigenza di farla diventare voce totalizzante. La ripresa del parco sarà metafora di altro, di quella conquista della parola di cui parlavamo. Sarà metafora anche delle persone, o meglio della situazione e tempo storico nei quali viviamo.

Sei a anche un attore, quale personaggio ti sarebbe piaciuto interpretare e perché?

Questa è la domanda che in assoluto non avrei mai voluto ricevere e alla quale non avrei mai voluto dare una risposta. Nel testo c’è un personaggio che li comprende tutti quanti e che è simbolo della totalità dell’espressione umana. Non posso dire di più. Sarebbe interessante sapere i pareri del pubblico in relazione a questa domanda. Come una sorta di quiz nel quale il pubblico esporrà la sua idea dando le proprie motivazioni al termine dello spettacolo.

Quanto coraggio ragionato e quanta spericolatezza c’è nel decidere tu e la compagnia di autoprodursi uno spettacolo, oggi?

Ritengo che gran parte delle cose buone a questo mondo nascano spontaneamente, magari da un pensiero fin troppo semplice ma che poi prende corposità e inizia ad attrarre come un buco nero. 

Non parlerei di coraggio quanto invece di grande passione, voglia di mettersi in gioco e una gran buona parte di ingenuità, ma un’ingenuità sana. Questa ingenuità è la stessa con la quale vorremmo che il pubblico di oggi vedesse ogni opera, senza pregiudizi, ma legandola ad un suo proprio vissuto e traendone le cose positive. La spericolatezza invece è quanto più di adrenalinico esiste, quindi se c’è adrenalina c’è energia. E nel mondo dell’arte serve, come in ogni settore è ciò che spesso ti dà quell’imput per affrontare le situazioni difficili che altrimenti ti metterebbero out.

-Perché andare a vedere Pef a fine novembre al Doppio Teatro?

-Piccioni e Farfalle è nelle strade, è dentro di noi e intorno a noi. Questo spettacolo è momento di unione, di raduno, di scambio, di accrescimento reciproco. Il teatro grazie a questo spettacolo riacquisisce quella valenza che aveva un tempo, di unione, rivolta, espressione di emozione. Il pubblico davanti a P&F non è più pubblico, è parte integrante dello spettacolo stesso, e se il teatro è specchio della vita, il pubblico e lo spettacolo diventanto un unico essere che si autosostenta.

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