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TORINO – Nella notte, tra Torino e Reggio Calabria, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Torino hanno tratto in arresto, su ordinanza di custodia cautelare delegata dalla locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, 20 persone, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso (‘ndrangheta) finalizzata ad estorsioni, usura, traffico di droga e gestione di bische clandestine.

Sono state contestualmente eseguite 41 perquisizioni domiciliari e sequestri di beni. Particolarmente pesanti gli atti intimidatori: in un caso è stata inviata a una vittima di estorsione una testa mozzata di suino, con l’avviso che la “prossima sarebbe stata la sua”. I dettagli dell’operazione verranno illustrati durante una conferenza stampa prevista per le ore 11 presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Torino. 

In particolare, da quanto si legge testualmente nell’ordinanza, gli affiliati della ‘ndrangheta sono accusati di far parte di un gruppo malavitoso operante prevalentemente a Torino “collegato con le strutture organizzative insediate in Calabria e dotato di propria autonomia e capacità d’azione tale per cui i componenti si avvalevano della forza d’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne derivava, per commettere reati, per acquistare in modo indiretto il controllo di attività economiche e di autorizzazioni commerciali e per realizzare profitti e vantaggi economici ingiusti”. Oltre al reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di estorsione, usura, traffico di stupefacenti, detenzione di armi, gestione di luoghi per il gioco d’azzardo. Numerosi i sequestri durante l’operazione denominata ‘Big bang’ (dal nome di uno dei locali gestiti dal sodalizio), tra cui 7 unità immobiliari; 6 automezzi; 11 rapporti bancari; 2 cassette di sicurezza; 1 licenza commerciale; 2 società con 3 sedi operative. Nel corso delle 41 perquisizioni domiciliari è stata arrestata un’altra persona, in provincia di Vercelli, per produzione di stupefacenti, in quanto in una pertinenza dell’abitazione è stata rinvenuta una coltivazione di piante di marijuana. È stato rinvenuto anche munizionamento in casa di uno degli indagati. 

Le indagini

L’attività d’indagine si è sviluppata a partire dal giugno 2014 con sistemi tradizionali e senza il supporto di collaboratori di giustizia. La procura della Repubblica e i carabinieri sono partiti dall’attività di traffico di stupefacenti organizzato dai fratelli Adolfo e Aldo Cosimo Crea, inizialmente detenuti perché tratti in arresto l’8 giugno del 2011 nel corso dell’operazione ‘Minotauro’, accertando che gli indagati comunicavano tra di loro sia con i cosiddetti ‘pizzini’, che con puntualità venivano distrutti subito dopo essere stati letti dai destinatari, sia con smartphone di ultima generazione. Sono state intercettate oltre 263mila telefonate. In particolare, già dal carcere di Voghera e poi all’atto della loro remissione in libertà (avvenuta a febbraio 2014 per Aldo Cosimo Crea e a giugno 2015 per Adolfo Crea) i due fratelli, considerati espressione di vertice nel capoluogo piemontese della ‘Ndrangheta reggina, entrambi con il grado di ‘padrino’, hanno aggregato pregiudicati già noti, parenti e nuovi giovani emergenti nel contesto criminale cittadino, avviando attività tipiche del controllo mafioso del territorio. Secondo le accuse, il gruppo familiare, intimidendo anche altri pregiudicati con la forza dell’appartenenza al sodalizio ‘ndranghetista, ha sviluppato un consistente volume di attività nel traffico di stupefacenti, ma soprattutto nelle estorsioni sia direttamente a imprenditori, sia a vittime di usura, sia a soggetti indebitati nelle case da gioco gestite dal sodalizio. I proventi delle attività illecite venivano investiti nell’espansione del volume di affari delittuosi, ma anche per garantire agli affiliati un livello di vita idoneo a dimostrare a tutti il potere mafioso da loro raggiunto ed esercitato. 

Le minacce

Particolarmente pesanti sono risultate le modalità di minaccia delle vittime (una ventina quelle individuate, nessuna delle quali ha volontariamente inteso denunciare i fatti); in un caso, addirittura, è stata inviata ad un destinatario una testa mozzata di suino, con l’avviso che la “prossima sarebbe stata quella dell’estorto”. Il gruppo criminale aveva inoltre disponibilità di armi ed è stata sequestrata, sempre nella fase delle precedenti indagini, una consistente quantità di stupefacenti, a dimostrazione della capacità operative del sodalizio. Infine, nel corso delle precedenti attività investigative sono state arrestate 11 persone in flagranza di reato, sequestrati oltre 50 Kg di stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana) ed è stata individuata una piantagione di marijuana. 

Sono stati inoltre filmati per diversi mesi dai carabinieri quotidiani incontri degli associati nel dehor di un bar ritenuto la base operativa del gruppo (tanto che gli stessi affiliati lo definivano ‘luogo di lavoro’); in quel luogo e nella via prospiciente, dove si svolge il frequentato mercato rionale del quartiere San Paolo, avvenivano in pieno giorno le consegne da parte degli indagati di denaro provento delle attività economiche controllate dal gruppo, ovvero consegne da parte delle vittime (giocatori d’azzardo, imprenditori, artigiani e negozianti, per un totale di almeno 20 unità) di denaro loro estorto. L’auspicio della Procura è “che altre vittime di questi odiosi atti minatori trovino la forza di denunciare quanto subìto”, invitandoli ad assumere “l’atteggiamento che rappresenta il solo modo di arrestare e vincere il diffondersi della cultura mafiosa anche in Piemonte”.

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