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NAPOLI – Oggi i climber di Greenpeace sono entrati in azione nella Galleria Umberto I di Napoli, dove hanno aperto un enorme striscione di circa 150 metri quadrati raffigurante l’incidente della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. L’immagine era accompagnata dalla scritta “Mai più” e dall’invito a votare Sì al referendum sulle trivelle del prossimo 17 aprile.

L’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, avvenuta il 20 aprile 2010 nel Golfo del Messico, causò la morte di 11 persone e la fuoriuscita incontrollata per 106 giorni di un’enorme quantità di petrolio, ancor oggi imprecisata ma stimabile tra i 3 e i 5 milioni di barili. È stato il peggior disastro ambientale della storia degli Stati Uniti, che hanno chiesto alla British Petroleum (BP), la compagnia responsabile della piattaforma, 34 miliardi di dollari di danni. È di pochi giorni fa la notizia che la BP ne pagherà invece 20.

«Quel disastro, di cui tra pochi giorni cade l’anniversario – insieme ai molti altri avvenuti in tutti i mari del mondo – avrebbe dovuto rappresentare un monito globale e definitivo sui rischi connessi all’estrazione di idrocarburi in mare. A distanza di soli sei anni da quella tragedia, invece, in Italia il governo Renzi ha ripetutamente tentato di avviare un piano di vasta scala per lo sfruttamento delle misere riserve di petrolio e gas presenti sotto i nostri fondali. E oggi cerca di far fallire un referendum che restituirebbe una scadenza certa alla presenza di circa 90 piattaforme presenti entro le 12 miglia dalle nostre coste, nella maggior parte dei casi impianti vecchi e improduttivi», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.

Greenpeace ricorda che, al contrario di quanto ripetutamente affermato dal governo, in Italia la normativa sulle estrazioni in mare è tutto fuorché rigorosa. Nel nostro Paese il legislatore ha deciso che le trivelle sono al 100 per cento “sicure per legge”. Infatti una norma del 2015 (DL 26 giugno, n. 105, ma normative analoghe sono in vigore già dal 2005) esclude le piattaforme petrolifere dalla categoria di “impianti a rischio di incidente rilevante”. Questo significa che le compagnie non hanno l’onere di dimostrare quali accorgimenti sono in grado di adottare per scongiurare, contenere o mitigare sversamenti di ingenti quantità di idrocarburi in mare. Semplicemente perché, secondo il legislatore, un incidente del genere sarebbe impossibile!

Quasi la metà delle piattaforme oggetto del referendum sono state installate prima del 1986, dunque non hanno sostenuto alcun procedimento di Valutazione d’Impatto Ambientale. Infine, delle 135 piattaforme operanti nei mari italiani, solo di 34 sono disponibili i piani di monitoraggio (diffusi per la prima volta da Greenpeace nel rapporto Trivelle Fuorilegge): stando a una nota dell’ENI, le oltre 100 rimanenti sarebbero esenti da monitoraggi. Sul loro impatto ambientale non esiste dunque alcuna stima o misurazione ufficiale. Il Ministero dell’Ambiente, dal canto suo, non ha mai chiarito le ragioni dell’indisponibilità dei dati. Perciò questi impianti risultano al momento al di fuori di qualsiasi controllo.

La mancanza di controlli è evidenziata anche dai fatti di cronaca. Come emerso di recente, la piattaforma Vega, nel Canale di Sicilia, ha trasferito per 18 anni le acque contaminate derivanti dal processo di estrazione di petrolio a una nave appoggio che, illegalmente, iniettava questi reflui (assieme alle acque di sentina e alle acque di lavaggio della nave stessa) in un pozzo petrolifero sterile, alla profondità di circa 2.800 metri. Si parla di poco meno di mezzo milione di metri cubi di acque inquinate con metalli, idrocarburi e altre sostanze chimiche. Una discarica in mare a cui è seguita, anziché una sanzione, l’autorizzazione da parte del Ministero dell’Ambiente a realizzare nuovi pozzi di estrazione e una nuova piattaforma.

«”Le piattaforme petrolifere, oggi, non causano sversamenti. Sono tecnologicamente molto avanzate”, disse Barack Obama il 2 aprile 2010, a meno di tre settimane dal disastro del Golfo del Messico. È la stessa sinistra sciocchezza che vanno ripetendo oggi tutti i sabotatori del referendum, quelli per cui è meglio non votare. Meritano di essere smentiti, il 17 aprile, da un mare di Sì», conclude Boraschi.

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