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Il tratto distintivo di Marcello Mastroianni, forse l’ultimo grande divo del cinema italiano, non è stato né il fascino, che pure era innegabile, né la profondità di pensiero e d’analisi, che pure gli ha permesso di essere protagonista di una quantità incredibile di film, compresi alcuni capolavori che hanno segnato la storia del cinema mondiale, bensì la malinconia. 

Perché Mastroianni, scomparso esattamente vent’anni fa, all’età di 72 anni, a causa di un tumore al pancreas che in due anni se l’è letteralmente divorato, era in realtà un anti-divo e un uomo triste, ipercritico nei confronti di se stesso, cosciente dei suoi difetti e quasi incapace di riconoscersi i pur innegabili pregi che lo hanno reso uno degli attori più apprezzati di sempre. 

Era un uomo inconsapevolmente bello, ricercato e amatissimo dalle donne, e dotato di un’ironia pungente e sincera ma comunque amara, sempre intrisa di quel disincanto intellettuale che ha nei personaggi di Gabriele in “Una giornata particolare” e di Pereira in “Sostiene Pereira” il proprio apice. 

Ed è da notare che i tre ruoli che lo hanno reso immortale, Marcello ne “La dolce vita” e i due summenzionati, lo abbiano visto recitare nei panni di un giornalista, come se Fellini, Scola e infine Roberto Faenza associassero alla nostra professione quel concetto di disincanto, di disillusione e di sguardo impietoso sulle vicende del mondo che Mastroianni ha sublimato con interpretazioni ai limiti della perfezione, graffianti nella loro intensità e nell’inquietudine che riescono a trasmettere, come se a neanche quarant’anni quest’uomo che pure ha avuto fama, ricchezza e onori preclusi alla maggior parte delle persone si sentisse pronto per il passo d’addio, benché amasse la vita e, nell’ultimo periodo, fosse profondamente amareggiato dal fatto di doversene andare prima del tempo. 

Mastroianni, infatti, apparteneva a quella generazione, che ormai volge all’epilogo, che ha avuto vent’anni nell’epoca dell’abisso, che ha profondamente creduto nella possibilità di un riscatto dell’umanità nell’immediato dopoguerra, che è stata attraversata da travolgenti passioni, non solo politiche ma anche amorose, nel corso di una gioventù che si accompagnava a un contesto ideale di rinascita e che, con l’andare del tempo, invecchiando, ha progressivamente conosciuto l’amarezza dell’eterno gattopardismo italiano, la nostra incompiutezza, la nostra incapacità di condurre fino in fondo le battaglie ideali e, dunque, il degrado, il declino morale, la perdita di quei princìpi e di quei valori che i figli degli anni Venti consideravano imprescindibili, affezionati com’erano all’idea di un’Italia più buona, più giusta, in poche parole resistenziale e fedele al dettato costituzionale. 

Non sorprende, pertanto, che il suo ultimo spettacolo teatrale si intitolasse “Le ultime lune”, come non sorprende il dubbio straziante che attanagliava Mastroianni, ossia che le platee, alla fine, lo applaudissero più perché sapevano che stesse per morire che per la sua inoppugnabile bravura. 

Era un uomo fragile, travagliato, fondamentalmente solo e innamorato della solitudine, vittima delle sue tribolazioni interiori, alla continua ricerca di una storia più grande della sua piccola ma significativa epopea, fondamentalmente uno sconfitto, al netto del successo, della fama, della ricchezza e di luci della ribalta che, più che gratificarlo, spesso davano l’impressione di metterlo in imbarazzo. 

Morì a Parigi, con estrema e straordinaria dignità, quel viso enigmatico ormai segnato dal male e un interrogativo mai veramente risolto: se sia stato Mastroianni a raccontare il Novecento e la sua complessità o viceversa. Diciamo che si sono svelati a vicenda, sulle note di un senso d’abbandono e di progressiva rassegnazione che, in fondo, è stata la colonna sonora di entrambi.

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