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 Becley Aigbuza, gay nigeriano stuprato e seviziato in Patria, rischia la deportazione da San Diego. Appello del Gruppo EveryOne al presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, al segretario di Stato Hillary Clinton e al governatore della California Edmund Brown Jr.

ROMA – Becley Aigbuza (nella foto), ventottenne omosessuale originario di Benin, Nigeria, negli Stati Uniti d’America dal 1994, all’età di undici anni, rischia ora la deportazione da San Diego (California), dove vive, verso il Paese d’origine.

Le torture e lo stupro subiti in Nigeria. In Nigeria Becley è atteso da nuove torture e morte, dopo che, nel 2008, recatosi dopo anni a visitare la zia paterna, con cui aveva passato la prima infanzia, è stato arrestato dalla polizia nigeriana dopo che la donna, sorpresa la relazione del nipote con un altro ragazzo del posto, lo aveva denunciato alle autorità locali. Becley è stato prelevato con la forza dalla casa della zia e portato in una caserma, rinchiuso in una cella per ore e pestato a sangue da alcuni detenuti dopo che i poliziotti li avevano informati della sua omosessualità. Successivamente, è stato prelevato da tre agenti, nuovamente picchiato e barbaramente seviziato. “Dopo aver dovuto ammettere davanti a loro che ero gay, i poliziotti mi hanno legato, bruciato la fronte con del cotone imbevuto di acido e mi hanno sodomizzato a turno, per ore, con una bottiglia di birra” ha raccontato Becley in lacrime agli attivisti del Gruppo EveryOne, organizzazione per i diritti umani. “Mi sono risvegliato nell’ospedale di Benin City, con una spalla slogata, una mano rotta, ecchimosi e ferite su tutto il corpo e un testicolo mutilato. Ero stato tradito dalla mia famiglia, punito solo perché amavo una persona del mio stesso sesso”.

Il ritorno disperato in America. Becley, con l’aiuto di un’infermiera cui promette di inviare dei soldi una volta rientrato negli USA, riesce a scappare dall’ospedale sottraendosi al controllo delle autorità nigeriane e a imbarcarsi qualche settimana dopo, grazie al supporto di un parroco che gli procura un nuovo passaporto, in un volo verso San Diego.
Becley aveva vissuto in America fino al 2008 assieme al padre, in un’infanzia di abusi e violenze fisiche e verbali per non essere come gli altri ragazzini; quando però, all’età di ventidue anni, nel 2005, mentre frequentava il college, il ragazzo aveva confessato la sua omosessualità, era stato picchiato e rinnegato dal padre, costretto a trovarsi una nuova casa.

L’ambasciata nigeriana: “come gay, meritavi quel trattamento”. “Quando sono tornato negli USA, ho contattato l’ambasciata nigeriana a Washinghton e ho denunciato loro gli abusi cui ero stato sottoposto dalle autorità di polizia a causa del mio diverso orientamento sessuale” ha spiegato Becley. “Ricordo ancora le parole lapidarie del funzionario: mi disse che come gay meritavo quel trattamento, e che se fossi tornato in Nigeria avrei rischiato grosso. Scrissi allora una lettera all’ambasciata in cui raccontavo la mia storia e mi sdegnavo di questo comportamento, rinunciando alla cittadinanza nigeriana”.

Il rischio imminente di deportazione in Nigeria e le minacce di morte della famiglia. “Un giorno ho commesso l’errore più grosso della mia vita: ero spaventato, avvilito, depresso e senza più il sostegno di nessuno, e ho fatto domanda di una carta di credito con falso nome”. Nel 2011, quando Becley ha inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di acquisire la cittadinanza americana, le autorità statunitensi hanno scoperto il reato e, rigettata la domanda del giovane, hanno avviato la procedura di rimpatrio. Becley è stato detenuto per alcuni mesi in un centro per l’immigrazione, e poi rilasciato per le gravi condizioni in cui desta, a seguito proprio delle torture subite. La prossima udienza, che dovrà decidere sul suo rimpatrio forzato, è fissata per il 28 febbraio prossimo. “Se penso che ora rischio di tornare in Nigeria, e che l’ambasciata nigeriana è a conoscenza della mia omosessualità e della mia denuncia, per la quale rischio nuove rappresaglie, non riesco a non pensare al peggio, e preferisco morire anziché essere deportato. Per altro, sia mio padre che i miei parenti in Nigeria hanno giurato di uccidermi per pulire l’abominio e la vergogna che ho portato in famiglia col mio essere gay”.

L’appello agli USA dell’organizzazione umanitaria EveryOne. Il Gruppo EveryOne, in contatto diretto con Becley dagli Stati Uniti, si appella al presidente Barack Obama, al segretario di Stato Hillary Clinton e al governatore della California Edmund G. Brown Jr.: “Chiediamo che a Becley Aigbuza venga garantita immediata protezione umanitaria ai sensi della Convenzione di Ginevra e della Convenzione contro la tortura” affermano i co-presidenti di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “La legge nigeriana prevede una pena carceraria fino a quattordici anni per omosessualità, come punizione per aver offeso la pubblica morale; nel nord del Paese, dove governa la Sharia islamica, è applicata addirittura la pena di morte per i gay. Chiediamo all’amministrazione Obama, dimostratisi in più occasioni vicina alle lotte e alle conquiste civili del popolo LGBT, di interessarsi immediatamente del caso per annullare la deportazione del giovane gay e garantirgli l’asilo come rifugiato negli States”.

La richiesta di aiuto alle Nazioni Unite e all’ambasciatore David Thorne. L’appello di EveryOne si rivolge anche all’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e a David Thorne, ambasciatore USA in Italia, dove l’organizzazione umanitaria ha la sua sede principale. “I diritti fondamentali di Becley alla vita, alla libertà e alla propria dignità devono essere tutelati. Il ragazzo ha già subito immani violenze fisiche e morali incancellabili e non può essere sottoposto a ulteriori abusi dietro l’indifferenza istituzionale in un momento di estrema precarietà psico-fisica che lo mette a serissimo rischio di vita”.

Act now! EveryOne invita infine a una mobilitazione della società civile: chiede a tutti di inoltrare al Dipartimento di Stato USA, alla Casa Bianca e alle Nazioni Unite il seguente appello, utilizzando gli indirizzi e-mail sotto riportati, in copia conoscenza a [email protected]

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