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Dall’ otto novembre scorso in Italia qualcosa è cambiato, Silvio Berlusconi non è più premier. Sembrava non potesse accadere e in effetti per qualche settimana galleggiò l’incredulità, ma è successo. Qualcuno ha osservato : “A brigante, brigante e mezzo” e forse ne aveva qualche ragione. Il ras di Arcore si è quasi autoeliminato, causa le sue condotte scriteriate, favorendo un sostituto “autorevole”,  espressione di consorterie che contano; tutto legale, per carità, ma nulla che abbia a che fare con la sinistra. Infatti le opposizioni non sono sembrate in grado, negli anni scorsi, di fare diga, per non parlare di contrasto vero e proprio a un governo sempre più sbandato, con un primo ministro che si andava facendo sbeffeggiare dal globo terracqueo.

Secondo molti non sono mancate cause e concause per questa inazione del centrosinistra: connivenze, interesse allo status quo, abitudini di vecchia politica, quando non il solito “inciucio”, termine abusato per indicare una tacita alleanza la quale però, a quanto pare, al popolo elettore ha portato ben poco.  Se poi si aggiunge, per buon peso, uno scandalo qui, una gestione poco chiara là, e in genere ben poche assunzioni di responsabilità per la mancata bonifica ci chi non poteva non sapere, il disastro è fatto. La fazione progressista è sempre apparsa poco coesa, viste le molte anime in essa presenti; il PD in soli tre anni  ha  perso per strada pezzi consistenti di partito, l’anima neocon, teodem, e chissà che altro; senza contare la bella idea di mettersi in pancia sette parlamentari radicali da cui non estrae il buono,  (istanze liberali, laiche, attenzione ai disagi sociali estremi), accusando solo una spina nel fianco. IDV si è rivelata una formazione eterogenea, con una scelta di quadri dirigenti e poi candidati a dir poco arrembata; e quanto all’UDC, la sua storia non è di opposizione, essendo sembrata più espulsa dal PDL a favore della Lega, che sdegnosamente allontanatasi per questioni ideali, senza dimenticare certi imbarazzanti candidature, che pure il buon senso avrebbe sconsigliato ( ma evidentemente portatrici di voti).

Ora accadono questi fatti e fatterelli inconsueti, ma anche no, per esempio: si fanno delle primarie per sindaco (Milano, Genova, Napoli, Palermo) e il “principale partito della sinistra”, quello con cui ” si devono fare i conti”  mette in campo  candidati che si sbranano senza pietà, destinati ad autoelidersi a favore di un emergente in genere vendoliano, che il popolo pidino festosamente mostra di prediligere. Anche perché nel frattempo il PD sostiene Monti, assieme a UDC e PDL ( ma con la prima è da tempo alleato nei governi locali); Bersani non mostra ostilità alla TAV; Veltroni fa, come sempre, del possibilismo; e insomma, ci si domanda dove cercare qualcosa che soddisfi il bisogno di equità, giustizia sociale, lavoro. Ci sentiamo dunque al palo, politicamente parlando, anche quando non particolarmente  inclini ad antipolitica e grillismi vari. Il mondo brucia ancora, e la Grecia è troppo vicina. Il sistema capitalista di un tempo assume sempre più i connotati di un inarco-plutocrazia  finanziaria che non ha più la preoccupazione di rendere dei conti; e se l’occidente obsoleto si ostina a parlare di diritti, c’è sempre un bel serbatoio  secondo e  terzomondista che obbedirà senza fiatare e potra spartirsi briciole, e non solo, del nuovo potere. L’esperienza insegna che occorre qualche evento traumatico, per cambiare situazioni stagnanti e incancrenite, ma ci rifiutiamo di pensarne di violente e lotteremo con tutte le forze per evitarle, senza tuttavia poter eludere quello che appare come un dovere psicologico, prima ancora che etico: dimenticare il passato, traendone invece i giusti ammonimenti. Facce e discorsi devono cambiare e anche la nostra forma mentale si gioverebbe di stili di pensiero e di parola differenti; risse in televisione e assenza di concetti danneggiano solo noi, i comuni cittadini  sempre più tentati dalla delega a qualcuno che pensi per noi, “tanto sono tutti uguali”. Magari sì, ma appunto per questo è meglio sorvegliarli. E se è il caso, mettersi in gioco, con le regole democratiche che, pur stremate dall’abuso e logorate dall’abitudine, sono pur sempre ciò che ci resta.

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