Sabato, 04 Dicembre 2010 09:23

Quello che non si è detto su Mario Monicelli

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Non sono un critico cinematografico, anche se mi sono nutrito di cinema in gioventù. Ricordo una vecchia trasmissione, “Match”, condotta da un colto Alberto Arbasino, in cui si “scontrarono” il giovanissimo (allora) Nanni Moretti e l’ultracinquantenne Mario Monicelli.

Moretti – che era allora un eccessivo e antipatico autore, sempre pronto a scardinare l’ordine costituito – accusò il regista viareggino praticamente di tutto. Assunse il ruolo già svolto, negli anni Cinquanta, da Francois Truffaut, Andrè Bazin e Claude Chabrol contro “il cinema di papà”, impersonato da Autant-Lara o quello del “Gruppo 63” contro scrittori quali Carlo Cassola. Naturalmente, Moretti non aveva compreso nulla del cinema di Monicelli, della sua grandezza misteriosa e della sua straordinaria capacità di rendere trasparente agli occhi di milioni di spettatori il dramma della società italiana.

Oggi che ne abbiamo pianto la scomparsa, sarà forse il caso di sottolineare che Mario Monicelli è stato uno dei più grandi – forse il più grande – storico italiano. Nessuno come lui – ad eccezione di Dino Risi e del suo “Il sorpasso” – ha saputo raccontare l’impossibilità di questo Paese di diventare una Nazione caratterizzata dal senso della comunità, dal cemento rappresentato dall’esistenza di una società civile.

In “La grande guerra” (1959), forse la sua opera meno lugubre, Monicelli non soltanto racconta l’irresponsabilità politica italiana nella conduzione di un martirio inutile e dannoso per il Paese ma evidenzia come il tessuto connettivo rappresentato dagli “ideal-tipi” Alberto Sordi e Vittorio Gassman (eroi per caso) possa essere stato caratterizzato da una dolente e sacrificale voglia di elevazione morale, nascosta, quasi vilipesa, ma che alla fine, nei momenti drammatici e risolutivi, emerge come un fiume carsico (è lo stesso tema che affronterà Roberto Rossellini nello splendido “Il generale Della Rovere”, girato nello stesso anno, tratto da un testo di Indro Montanelli). Soltanto l’anno prima (1958), il regista viareggino aveva girato uno dei grandi capolavori italiani, “I soliti ignoti”. Il film inizia un percorso tutto in salita per Monicelli, una sorta di scalata alla verità nascosta della storia italiana, fatta di definitive sconfitte e di fallimenti e di assenza di un progetto sociale comune. Perché ci sono molti modi per “leggere” questo film. Quello più tradizionale – ed anche più di superficie – lo colloca ai vertici della “commedia all’italiana” (dizione che andrebbe superata, anche perché il supposto genere cinematografico ha rappresentato l’unico movimento artistico autoctono, insieme al neorealismo, del cinema del dopoguerra: meglio sarebbe chiamarla “Commedia cinematografica dell’arte”) ma, in realtà, si tratta di una sorta di polittico narrativo, nel quale Monicelli racconta dell’impossibilità per l’Italia di essere un Paese normale e civile. Prendendo come spunto la vicenda di quattro ladruncoli in una Roma neo-realista, il regista dimostra come, in realtà, nemmeno nel ladrocinio gli italiani siano capaci di realizzare se stessi, mancando qualsiasi competenza di base, qualsiasi costruzione logica nell’agire individuale.

In “L’armata Brancaleone” (1966), poi, il dipinto monicelliano (che, peraltro, si arricchisce qui di sfumature propriamente rinascimentali, con un’accortezza compositiva che il cinema di Nanni Moretti si sogna), tutti i temi che abbiamo accennato sembrano quasi esplodere. A parte l’invenzione linguistica presente nei dialoghi (sceneggiatura di Age, Scarpelli e dello stesso regista), che meriterebbe un discorso specifico, ciò che appare fondamentale è l’adattamento dell’epoca medievale al contesto italiano, la dimostrazione di un’assenza di progresso. Il popolo italiano è rimasto lo stesso negli ultimi dieci secoli, lo dimostra il protagonista Gassman-Don Chisciotte nei suoi vani impeti rivoluzionari, sotterrati da una realtà mortuaria ineludibile.

Questo percorso artistico trova il suo definitivo approdo nei due “Amici miei” (1975 e 1982), il dittico sulla morte di Monicelli (non a caso il progetto originario si deve a Pietro Germi, un autore molto vicino al regista viareggino). Anche in questo caso, soltanto una visione distratta dei due film può relegarli ad eponimi, per quanto tardi, di un genere. L’opera, al contrario, sta a Monicelli come “La montagna incantata” sta a Thomas Mann, la sintesi filosofica ed esistenziale di un artista che aveva percepito i caratteri immutabili della sua epoca, riferendoli in particolar modo alla “sua” realtà territoriale, così come d’altronde Mann àncora la sua grandiosa costruzione alla dispersione definitiva della cultura tedesca del Novecento. In “Amici miei” Monicelli stilerà il suo testamento definitivo, non essendoci, nel periodo successivo e fino alla morte, alcun altro film soltanto lontanamente paragonabile, per conclusività, a questo. E la vicenda storica italiana lui la rappresenta, nel secondo episodio, con la corsa dei disabili in cui si vede Ugo Tognazzi impegnato a correre i cento metri con la sua carrozzina. Dopo di che, chiude il sipario.

Fulvio Lo Cicero

Romano, laureato in Scienze politiche, pubblicista. Docente di economia politica, si occupa anche di fotografia. Ha pubblicato "Principi di economia politica" (Milano, 1992) e "Inquisitori ed eretici. Il demone della verità nella narrativa di Leonardo Sciascia" (Roma, 2005) 

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