Venerdì, 17 Luglio 2015 17:09

L'intervista. Simone Perotti parla del suo ultimo romanzo “Un uomo temporaneo”

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“Chi vuole cercare non può accogliere nessuna dottrina”

 

TSAREVO (Bulgaria)  - Simone Perotti è uno scrittore prolifico,  un marinaio -  attualmente dopo aver veleggiato lungo la costa greca é in  Bulgaria con il progetto Mediterranea - nonché il più noto rappresentante italiano del downshifting: manager ad alti livelli  per quasi vent’anni, un giorno ha preso la coraggiosa decisione di lasciare il lavoro per dedicarsi alle sue vere passioni: l’arte, il viaggio, la vita. Dopo il grande successo dell’autobiografico “Adesso basta!”, Simone Perotti in questa intervista ci parla del suo ultimo romanzo “Un uomo temporaneo”, edito da Frassinelli,  il cui protagonista, Gregorio, è un individuo inedito,  non classificabile: esautorato del ruolo e dello stipendio trasforma tale “danno” in una insperata “occasione”.  Un modello al quale ispirarsi.

D.Perché  il  protagonista del tuo libro è un uomo “temporaneo”?

S. P. Perché comprende che il cambiamento è temporaneo per sua stessa natura. Il mantenimento, cioè il non cambiamento, può essere perenne, mentre il mutamento è solo una fase, un cambiamento di stato, che conduce a un ulteriore stadio di variazione degli equilibri. Il cambiamento, una volta affrontato, è una condizione permanente in cui la linea di continuità è spezzata. Ad ogni salto c’è una nuova umanità da scoprire, la reazione a nuovi stimoli, dunque una storia nuova da vivere.

D. Si chiama Gregorio, come Kafka chiamò l’eroe della “Metamorfosi” e vive una metamorfosi profonda…

S. P. Esatto, con alcune differenze fondamentali. Soprattutto una: Gregor Samsa si sveglia mostro, suo malgrado, ed è cosciente della sua mostruosità. Gregorio vorrebbero trasformarlo in mostro e derelitto, solo e reietto, invece lui decide di mutare al mutare delle condizioni, cercando il senso che per troppo tempo lui stesso si era negato di perseguire, e sboccia come uomo, perde la sua mostruosità di impiegato immobile e prono, si erge, si eleva, scoprendo una vita nuova. Se quella di Kafka è una metamorfosi, quella di Gregorio è l’antimetamorfosi, cioé il compimento.

D. Gregorio reagisce alla perdita della sicurezza economica e di ruolo, come non fossero fonte di felicità…

S. P. Potevano sembrarlo, potevano esserlo perfino, per un uomo immobile. Ma l’uomo in movimento è orientato al superamento del confine, all’oltrepassamento del proprio orizzonte, e dunque non può sentirsi soddisfatto da ciò che forse soddisfaceva un uomo rispetto a lui preistorico. L’evoluzione della specie, in interiore homine, genera nuove necessità, rende più lucidi i bisogni, li contrae, per lasciare spazio ai desideri. 

D.Uno dei problemi del nostro tempo è che il lavoro, quando c’è, può essere alienante. Lui trasforma il “mobbing” in un’occasione…

S. P. Non per banalità spesso si dice che ogni crisi è anche un’occasione. Gregorio comprende lo spazio e il tempo intorno a lui nel momento in cui quella continuità salta e dunque anche le coordinate esistenziali in cui lui la viveva. A quel punto scopre lo spazio-tempo che lo attornia, scopre di averlo sempre ignorato, comprende che la vita era un crogiuolo di opportunità da cui lui pescava col cucchiaino e si mette in viaggio gettando la sua rete ad ogni stazione. La vita gravida di sorprese gli conferma la grande opportunità e questo fa da motore al suo viaggio.

D. Gregorio non cambia le regole ma il gioco stesso, con un approccio creativo alla vita…

S. P. E in questo modo diventa imprevedibile. Dunque potenzialmente rivoluzionario e in grado di conquistare ogni cosa. Nel mondo degli omologati, del pensiero unico, delle azioni sempre identiche, basta fare diverso per essere intrattabili, imprevedibili, dunque impossibili da arginare. E’ una questione di potenza, quella del cambiamento e della reazione inopinata, e nasconde conseguenze straordinarie. Si potrebbe dire che ogni volta che giochiamo al gioco con le regole dell’avversario siamo destinati alla sconfitta. In questo senso il suo precursore letterario è José Arcadio Buendia di Cent’anni di solitudine.

D.Il tuo personaggio non ha ideologia.  Più che sindacale la felicità e una conquista dell’anima?

S.P. Come diceva Siddharta, chi veramente vuole cercare non può accogliere nessuna dottrina. Per un uomo alla ricerca del senso, nel pieno della sua rivoluzione, le ideologie possono essere solo dei tram su cui salire per poi scendere poche stazioni dopo. Chi aderisce sembrebbe aver trovato quel che cercava. Chi cerca non ha tempo per aderire. Deve trovare. La famosa frase di Picasso, qui, sembra perfetta: “Io non cerco. Io trovo”.

      

D.Gregorio è un modello. C’è un archetipo al quale lo avvicineresti?

S. P. Beh, non vorrei scomodare nomi troppo importanti. Diciamo che chiunque abbia innovato, chiunque abbia avuto il coraggio di uscire dalle regole, di sfidare l’ordine costituito, con la creatività, con l’inventiva, individualmente, è un padre spirituale di Gregorio. Faccio solo un esempio: Gandhi quando decise di filare da sé il cotone per gli abiti da indossare. In quel gesto, sotto la propria responsabilità individuale, era il più rivoluzionario dei rivoluzionari. Come combattere contro un uomo che invece di protestare fila da sé il cotone e si tesse l’abito che indosserà? Le compagnie tessili, strumento economico della colonizzazione politica e culturale, in quel momento, sono sconfitte.

D. Una volta ti sei definito “Un uccello che si è aperto la gabbia da solo”, questo tuo “uomo temporaneo” ha qualcosa di autobiografico?

S. P. Molto dal punto di vista ideologico, politico, culturale, ma assai poco dal punto di vista esistenziale. Io ho provato a cambiare il gioco, quando lavoravo, ma non ci sono riuscito. Per farlo sarei dovuto essere un uomo migliore. Dato che mi sono accorto di non esserlo, di non poter rappresentare io, in carne e ossa, questa qualità, ho creato un personaggio, ho dato vita a una storia. Spesso, quando scrivo, funziona così.

Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice

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