Sandro Marucci

Sandro Marucci

Nel novembre di tredici anni fa Gigi Proietti pubblicò  un’autobiografia che già  nel titolo era tutto  un programma: ”Tutto sommato qualcosa mi ricordo”, ironica, tutt’altro che autocelebrativa, spassosissima.  Per ricordarlo ritengo  utile riproporre la recensione che feci allora perché il libro racchiude l’essenza di questo grande attore. 

Come ogni festival che si rispetti, anche la Festa del Cinema di Roma ha offerto al suo pubblico un’occasione di incontro con film classici restaurati. Quest’anno due titoli sono stati in programma: In nome della legge di Pietro Germi e Padrepadrone dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, due film che quando uscirono ebbero molto successo. Ed è giusto ricordarli al pubblico di oggi presentandoli nella meravigliosa veste di un restauro fatto con grande competenza e maestria. 

Era presieduta da Roberto Rossellini la giuria del Festival di Cannes che nel 1977 assegnò la Palma d’oro a Padre padrone, il film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani tratto da un libro autobiografico di Gavino Ledda.

E’ il primo fortunato film di Leonardo Pieraccioni, ex-cabarettista che della toscanità ha fatto il suo timbro umoristico insieme con Massimo  Ceccherini, Giorgio Panariello e prima di loro Francesco Nuti e Roberto Benigni.

“La casa e il mondo” è fra gli ultimi film del grande regista indiano, che l’ha diretto nel 1984 ispirandosi ancora una volta a una storia in costume della sua terra.

“La sala da musica” - che dà il titolo a questo straordinario film del maggior regista indiano, apprezzato anche da noi se non altro perché al suo secondo film, Aparajito fu assegnato il Leone d’oro dalla Mostra di Venezia del 1957 - è quella che, nel Bengala degli anni Venti, un ricco aristocratico allestisce nel suo palazzo per organizzarvi feste eleganti riservate a un gruppo di amici.

Ambientato nella Calcutta (la città natale del regista Ray) degli anni Trenta, il film conclude la trilogia aperta con Il lamento sul sentiero e Aparajito. 

Il secondo titolo dell’omaggio che la Festa di Roma rende al regista indiano Stayajit Ray con la proiezione di quindici fra i suoi film maggiori, Aparajito, tradotto in Italia come L’invitto, fu una rivelazione per l’Occidente: alla Mostra del cinema di Venezia nel 1957 suscitò tanti consensi fra la critica che la giuria internazionale si spinse ad assegnargli il Leone d’Oro. Il pubblico non fu d’accordo e alla serata della premiazione in sala non mancarono sonori dissensi.    Qu

Satyajit Ray è il maggiore regista indiano ed uno dei maestri del cinema mondiale. Nato a Calcutta nel 1921 vi è morto all’età di 71 anni dopo aver firmato una trentina di titoli fra film, cortometraggi, documentari che lo hanno reso celebre anche in occidente.

Uscito di prigione per quanto innocente, un povero diavolo incappa nuovamente nelle maglie della giustizia e finisce per diventare un vero assassino e come tale braccato come un vero criminale. 

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