Sabato, 31 Agosto 2013 16:53

Il fiume canta

Scritto da Giorgio Ricco

Appuntamento alle 8 in Via Nazionale.
Alle 7 siamo già là. Ancora insonnolito, guardo Emanuele. Lui ha uno sguardo fiero e fiducioso. Oggi si manifesta nella speranza che non taglino altri fondi all' Università.

Ecco che arrivano anche gli altri. Molti di loro sono visi conosciuti... chi più, chi meno, ha condiviso qualcosa con me, altri eventi, altre proteste.  
Lele spiega ai suoi compagni che io non sono iscritto a nessuna Facoltà e che oggi sono in permesso dal lavoro, si sparge la voce e questo diventa un motivo in più per fare festa. Perchè di festa si tratta. Per una giornata, una sola giornata, tutti noi vogliamo staccare la spina dalla quotidianità. Vogliamo stare insieme e stare bene.

Uno studente al primo anno è curioso, mi chiede il perché della mia presenza.
“Se oggi sono qui è per supportarvi anche nella speranza di poter offrire un futuro migliore ai miei figli. L' istruzione non ha prezzo ed appartiene a tutti”.

Inizia il corteo. Si susseguono gli slogan. Quelli già pronti e quelli inventati, la mia specialità. Sul momento cerco rime sui cognomi dei politici e butto giù il verso, così come mi viene. Alcuni hanno successo, vengono ripetuti, altri si fermano tra le risate collettive.
Siamo dietro ad un carro che alterna musica anni '70 a quella dei cartoni animati della fine degli anni '90. Si balla. Si gioca.

Si ha la sensazione di essere degli alieni, soli in mezzo alla città. Giovani, vivi. Mentre altrove i taxi si fanno strada e le persone sono schiacciate negli autobus, qui i vigili e i poliziotti sudano sotto i loro elmetti, i turisti fotografano i nostri occhi e noi siamo pieni di speranza. Siamo degli alieni che non sono capiti. Su di noi si sperimentano riforme, tagli, ma mai ci viene chiesto cosa vogliamo, cosa pensiamo, come viviamo le loro scelte. Il loro mondo.

Camminiamo insieme, passo dopo passo, sempre più entusiasti.
Una signora si affaccia alla finestra.
“Che fate in strada?”
Dal mucchio un ragazzo vestito da clown, con il naso rosso e la parruca gialla:
“Siamo un fiume che canta per il futuro di tutti! Venga anche lei!”

L'aria si scalda con il passare delle ore, la gente pure.
Viene proposto di deviare il percorso, di ottenere più clamore. Si potrebbe andare sotto al Parlamento, sotto al Ministero dell'Istruzione oppure bloccare il traffico a Piazza Venezia. Alcuni invece vorrebero rispettare il programma, terminare il corteo e tornare alla Sapienza per organizzare qualcosa per i prossimi giorni all'interno della Città Universitaria.

Suona il telefono di Lele, risponde e il suo viso cambia espressione.
Puzza dei soliti guai in agguato. C'è sempre una nota stonata.
“Che succede?”
“Qualcuno si è staccato dal gruppo. Sono delle merde, dovevamo decidere insieme. Hanno sparato inchiostro rosso su una banca e una vecchietta che stava ritirando la pensione è stata imbrattata. Fortuna vuole che quelli di Scienze Politiche erano rimasti indietro. L'hanno bloccato. Se lo sono fatto. Ora stanno parlando con la polizia.... La vecchietta sta bene, solo che ora sembra una punk a bestia!”

“Poco male, dai...”

Decidiamo però di rispettare il percorso originale. Di non rischiare di dare adito ai media di mal interpretare la nostra protesta. Noi non siamo violenti. Allora riprendiamo a cantare. La voce del fiume va in crescendo. Metro dopo metro ha preso consistenza, non è un grido. E' un discorso aperto, che non finisce qui. Oggi.   

Ormai sono passate 6 ore, tra poco loro torneranno all'Università, io andrò a casa. Il caldo si fa sentire, così come un po' la fame. Ci fermiamo ad un bar per uno spuntino veloce prima di salutarci.
Il barista si avvicina e legge uno dei tanti cartelloni, sale sul bancone ed annuncia.. “ Ragazzi offre la casa. UNIVERSITA' LI-BE-RA!!”

Grida di giubilo, fischi ed applausi scroscianti per il bel gesto, sembra di essere allo stadio, col barista nelle vesti di un calciatore che dopo il gol esulta con i tifosi.
“Grazie mille! Lei ha figli?”
“Di niente! E' un piacere ragazzi. Sì, uno. Appena stacco, guarda un po' il caso, lo devo andare a iscrivere.”

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