Sabato, 21 Dicembre 2013 07:40

Speranza e conoscenza (prima parte)

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Il tempo sembrava non passare mai, ogni ora che passava, ad Orazio sembravano giornate intere. Il tempo così mal vissuto era il segno dell’inesorabile voglia di fuggire. Ma come? Dove? … Intanto mancavano due giorni al nuovo anno e tutti i conoscenti di Campanin avevano come al solito trovato cosa fare, tutti eccetto lui.

Pietro, il cugino, era abituato a passare i capodanni in casa da solo, oramai da una vita, eccetto gli ultimi tre perché era in compagnia di quella che  in natura si può definire una ragazza ma che in realtà era un vero e proprio mostro e per l’aggiunta anche antipatico. Quindi questo sarebbe stato il primo capodanno di Orazio senza amici, senza divertimento e senza che nessuno lo potesse capire. Infatti a Pietro, anche se non era più assieme a questo mostro, non importava nulla di divertirsi a capodanno. Pedro era abituato a non divertirsi, era nato in questa città e quindi tutte le caratteristiche delle persone del posto le aveva assimilate. Ma Orazio impazziva, lui che era abituato a stare in mezzo alla gente, in questi sette anni è stato umanamente demolito, costretto alla resa di quella paradossale situazione che stava cominciando ad essere una specie di punizione divina (anche se non credente nella religione professata dalla chiesa di Roma) per qualche cosa che aveva fatto in passato di male e di cui non si era accorto.

Insomma anche quelli che consideravano questa festa come un qualcosa di inutile e di indifferente avevano trovato cosa fare, o per lo meno dove stare. Negli anni passati Campanin aveva sempre festeggiato in qualche modo, dai raves di Bologna, a Milano, alle feste di piazza, a casa di “amici”, con la ragazza…. Ma quest’anno non aveva ricevuto nessun invito, e in giro non è che ci fosse tanto da fare, soprattutto per lui che si poteva considerare completamente solo. Era una situazione che penso poche persone di quell’età in Europa stessero vivendo……

Come si può pensare che il mondo possa girare attorno alla propria persona e basta, si chiedeva Orazio consolandosi nella sua solitudine e incomprensione. Non aveva mai passato così tanto tempo della sua vita a piangersi addosso, a sperare che qualcuno o qualcosa gli cambiasse la vita. Alla fine quel capodanno lo passò a Venezia con il cugino e un nuovo compagno di avventure. Lello era un ragazzo più grande di due anni, frequentava ancora il corso di laurea triennale in filosofia a Venezia e amava perdersi per la città e per i vari after del fine settimana e non. Ad Orazio fu subito simpatico e i due andavano d’accordo, gironzolando per i bacari della città lagunare in cerca di avventure con ragazze straniere. Intanto il disagio giovanile aumentava; sempre più famiglie avevano i figli disoccupati, e sempre più figli si trovavano i genitori a casa dal lavoro. Era una situazione di degrado sociale e morale, anche perché le istituzioni non erano in grado e non volevano fare proprio nulla. Orazio non usciva, stava sempre in casa a meno che non ci fosse da andare a Venezia con Lello. Rifiutava di vivere la realtà della città dove viveva e da cui non riusciva più ad andarsene. Sapeva benissimo che la speranza era il più grande dei mali terreni, ma non smetteva mai di pensare alla sua vita al di fuori di quel luogo inospitale e tetro. Amici non ne aveva, non usciva, non andava al cinema, non andava nemmeno più al bar per una birra, non aveva più idee, aveva smesso di leggere, non lo interessava più niente. Una piatta e noiosa esistenza lo stava attraversando; si stava lasciando vivere, era passivo, in cerca di una via di fuga che pur insistendo, non aveva ancora trovato. Tutto scorreva veloce, e le persone gli erano sempre più indifferenti. Ma lui a questo resisteva, non voleva diventare “una persona di merda”, come le definiva lui. Tutti i santi giorni aveva a che fare con gente che non aveva rispetto degli altri, che avrebbe sottomesso il prossimo per qualsiasi motivo esistente. No, Orazio non era così, e non lo sarebbe mai diventato; le ingiustizie preferiva subirle piuttosto che farle.

 

 

 

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