Caso Cucchi. A un anno dalla morte non c’è verità e giustizia

ROMA – E’ trascorso un anno da quel drammatico 22 ottobre del 2009, quando un giovane di nome Stefano Cucchi veniva lasciato morire su un letto del reparto carcerario dell’ospedale Pertini di Roma.

La storia è ormai ben nota, ma solo grazie alla tenacia dei familiari, della sorella Ilaria che non hanno mai smesso di invocare verità e giustizia, si è potuto far luce sui presunti e vergognosi comportamenti che  hanno contribuito al triste epilogo di questa vicenda costellata da false dichiarazioni mediche, da depistaggi, da scaricabarili per esonerare i veri artefici dalle loro colpe.

Sono, infatti, tredici le persone sospettate di aver causato la morte del ragazzo  di Torpignattara, tra guardie carcerarie che – secondo le ricostruzioni del legali di Cucchi – picchiarono ferocemente Stefano durante l’udienza per direttissima celebrata nei sotterranei del Tribunale di Piazzale Clodio la mattina del 16 ottobre scorso e medici e infermieri del Pertini che di fatto lo lasciarono morire lentamente in uno stato di totale abbandono. Altro che giuramento di Ippocrate. Per i primi le accuse formulate sarebbero quelle di omicidio preterintenzionale, mentre per i secondi, cioè i sanitari di omicidio colposo. Ma dalla verità siamo ancora ben lontani, come dice la sorella Ilaria, tant’è che c’è ancora chi parla di una vicenda ancora tutta da chiarire. Come il sottosegretario Carlo Giovanardi, che punta il dito contro i sanitari, ma dubita ancora sul probabile pestaggio da parte degli agenti di custodia. Ma all’esponente del governo non basta e si spinge oltre tanto da consigliare alla famiglia Cucchi di non insistere sulla colpa dei tre agenti e di non mettersi in conflitto con la pubblica accusa. Una dichiarazione che si commenta da sola, considerando che giunge da un esponente del governo che per l’incarico che svolge ha la delega alla Droga e alla Famiglia. I familiari di Stefano Cucchi hanno più volte ribadito che non intendono far del figlio un martire, anzi sono stati i primi a riconoscerne le colpe legate alla sua storia personale  legata ai fatti di droga, tant’è che quando scoprirono poche settimane dopo un quantitativo di stupefacenti nascosta nell’armadio della loro seconda abitazione, non ebbero tentennamenti sul denunciare il fatto alle Autorità. Avrebbero potuto agire diversamente, ma non lo fecero perchè credono fermamente che in questo mondo debba esistere una giustizia. Una giustizia che deve portare quella verità che rincorrono da troppo tempo. Non chiedono altro.

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Alessandro Ambrosin

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