Marco Mensurati: “Il calcioscommesse è una patologia culturale”

ROMA – Marco Mensurati, insieme a Giuliano Foschini, entrambi giornalisti di Repubblica, sono gli autori del libro-scoop sul calcioscommesse “Lo zingaro e lo scarafaggio”, edito da Mondadori.

I due sono riusciti a intervistare il latitante Hri Hlievski, figura cardine nel meccanismo delle partite truccate svelando un mondo sconosciuto, in primis ai tifosi. “A noi interessava spiegare un sistema, o meglio farne una sorta di autopsia, visto che quel sistema, secondo noi, è morto da anni e tutte le forme di vita che lo circondano altro non sono che i prodotti organici della necrosi”: così Marco Mensurati in questa intervista sulla condizione-simbolo del malessere italiano.

Come è nata l’idea di scrivere “Lo zingaro e lo scarafaggio?”
M.M. La prima volta che Giuliano ed io ne abbiamo parlato è stata a Cremona, una notte, dopo che avevamo mandato l’ultimo pezzo al giornale. Eravamo entrambi stupiti di quanto quell’inchiesta avesse un senso narrativo unico, divertente e significativo. E di come fosse piena di personaggi interessanti, come Paoloni (quello che ha avvelanto i suoi compagni di squadra pur di vincere una scommessa), e come Perumal (quello che ha organizzato una partita, Bahrein-Togo  usando undici attori invece di undici calciatori), e, appunto, come lo Zingaro. Così ci siamo messi a scrivere. Partendo da Paoloni, il portiere che scommette contro se stesso. Poi è uscito un articolo di Gabriele Romagnoli che parlava proprio di Paoloni. Era un capolavoro. Ci siamo spaventati del possibile confronto e abbiamo lasciato perdere… Un anno dopo, abbiamo intervistato Hilievski a Sckopje per Repubblica. Abbiamo aspettato che Romagnoli non scrivesse niente su di lui e abbiamo cominciato a prendere appunti per Lo Zingaro e lo scarafaggio.

Cosa vi ha aperto le porte  del dialogo con i protagonisti del calcioscommesse?
M.M. In alcuni casi non si sono proprio aperte; in altri abbiamo usato i canali classici dei giornalisti, le fonti. In altri ancora siamo ricorsi all’empatia pura. Come nel caso di Hlievski. Contattarlo è stato più semplice del previsto. Il suo cellulare era sull’ordinanza. Convincerlo a riceverci e a “fidarsi” di noi è stato un po’ più complesso.  

 
Può essere considerato un romanzo-verità?
M:M.In realtà, pur rispettando tutti i canoni classici del romanzo, lo Zingaro e lo scarafaggio non può essere considerato un romanzo. E’, piuttosto, la storia –  tutta rigorosamente vera – del calcioscommesse italiano ricostruita attraverso il metodo giornalistico tradizionale e “vestita” in maniera narrativamente accattivante. A Giuliano e a me non interessava raccontare fatti inediti (anche se nel libro ve ne sono), né accusare qualcuno in particolare. A noi interessava spiegare un sistema, o meglio farne una sorta di autopsia, visto che quel sistema, secondo noi, è morto da anni e tutte le forme di vita che lo circondano altro non sono che i prodotti organici della necrosi.  E lo strumento del romanzo “non fiction” ci è sembrato l’unico adatto ad aggirare quella sorta di rimozione automatica che tutti, nel mondo del calcio, tifosi e dirigenti, appassionati e ultrà, attivano appena sentono parlare di “marcio”.

Perché la criminalità organizzata sceglie di investire sul calcio?
M.M. Perché è molto meno rischioso che investire sulla droga o sul contrabbando. Non ci sono leggi adeguate e aggiornate, e perché il mondo del calcio con la sua “stupidità” verticale, e la sua debolezza culturale è un terreno più che fertile per certe pratiche di contrabbando.

Cosa spinge un calciatore al gioco delle partite truccate?
M.M.Il bisogno di soldi. Come sempre. I giocatori firmano contratti milionari ma, tranne rare eccezioni, i soldi li vedono a singhiozzo, a volte non li vedono nemmeno. Le società medie e piccole, ma anche alcune grandi, hanno tragici problemi finanziari. E quindi gli stipendi vengono pagati saltuariamente. I giocatori però fanno fatica a gestire le proprie aspettative e il proprio tenore di vita, quindi capita spesso che si trovino in affanno. Masiello – per fare un esempio –, quello del famoso autogol volontario nel derby, con i soldi vinti con una scommessa si è comprato il Mac nuovo e il divano di casa.

Perché in Italia questa subcultura deviante ha successo?
M.M.Fondamentalmente è un problema culturale. Una malattia che affligge prima i vertici delle istituzioni poi i calciatori. Per dire, indipendentemente da come la si pensi non c’è dubbio che la frase di Buffon (quella sui due feriti e un morto) prima degli Europei fosse infelice. Sono convinto che lo stesso Buffon non la ripeterebbe. Specialmente dopo che agli Europei, la Spagna gli ha spiegato come si comportano i campioni veri. Ma il giorno in cui venne rilasciata quella intervista a Coverciano c’era un ufficio stampa e un dirigente della Federcalcio. Possibile che non sia venuto in mente a nessuno di intervenire, di fermare l’intervista e dire: scusate una frase così va tagliata non si può dire? Non la può dire il capitano della nazionale? Possibile che, a danni fatti, la Federazione invece di convincere Buffon a tornare sui suoi passi, magari con eleganza, magari chiarendo – laddove ce ne fossero – gli equivoci, possibile che la Federazione gli abbia permesso di  fare una conferenza stampa delirante che altro non ha ottenuto che alzare i toni di polemiche inutili?

I tifosi sono vittime della situazione o, inconsapevolmente, hanno un ruolo involontario?
M.M. I tifosi tranne rare eccezioni sono vittime. Divisi per magliette colorate vengono utilizzati dal sistema istituzional-criminale per giustificare e nasondere tutte le malefatte, le omissioni e le incapacità del caso.

Per un giornalista oggi è difficile scrivere di calcio?
M.M.Per un giornalista è difficile provare ad alzare il livello del dibattito. Si torna sempre a parlare dell’Inter e della Juve della Roma e della Lazio. Delle magliettine colorate. E non dei crimini e delle prese in giro della Figc.

Cosa servirebbe al nostro paese per combattere questa patologia?
M.M.Che tutti leggessero lo Zingaro e lo scarafaggio! O, in alternativa, che tutti si sforzassero di guardare a cose come questa adottando un punto di vista un po’ più  elevato, evitando i “giù le mani da” o i “non si tocca”.

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Bruna Alasia

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