Venerdì, 19 Febbraio 2016 13:36

Sebastiano lo Monaco: “Per non morire di mafia” commemora il maxiprocesso

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La testimonianza umana e professionale, le riflessioni, gli interrogativi che l’ex Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso, attuale Presidente del Senato, si pone nel suo libro Per non morire di mafia (scritto con Alberto la Volpe, Sperling & Kupfer, 2009) vengono proposti in versione teatrale in questo spettacolo fortemente voluto da Sebastiano Lo Monaco ed accolto con grande commozione ed ovazioni di pubblico al suo debutto al Festival dei Due Mondi di Spoleto 2010.  Monologo vibrante di un uomo contro, che mette la sua vita in prima linea per salvare la speranza di un futuro possibile, resterà in scena da martedì 23 febbraio fino a domenica 28 febbraio al Teatro Ghione di Roma. In questa intervista a Eugenio Murrali  Sebastiano Lo Monaco racconta il senso e il viaggio di questo dramma.

 

Su una lavagna, nella prima parte del monologo, campeggia la scritta provocatoria: “La mafia non esiste”. Secondo lei c’è ancora questa percezione o forse l’idea che la mafia non esista più? 

No. Questo è un paradosso e soprattutto è la percezione che si aveva negli anni Settanta, anche perché è quello l’inizio del nostro racconto. Allora si diceva: “La mafia non esiste”. Io poi sulla scena inizio a portare degli esempi da cui si evince quanto questo fenomeno fosse presente e doloroso già in quegli anni.In scena c’è appunto una grande lavagna, sulla quale scrivo anche alcune date essenziali. E voglio ricordare che proprio in questi giorni ricorre il trentennale del maxiprocesso, che ebbe inizio il 10 febbraio 1986. Con il debutto al Ghione, in qualche modo, commemoriamo questo anniversario.  

Lo spettacolo vuole riportare al centro della scena tematiche civili.

Sì. Per non morire di mafia rientra certamente nel teatro di impegno civile, ma non è solo questo. Lo spettacolo affonda infatti le sue radici nel racconto epico, omerico, nella tragedia greca. Durante le repliche al Piccolo di Milano il Corriere della Sera ha titolato: “Le tragedie siciliane sono tragedie greche”. Nel senso che raccontiamo i drammi del nostro Paese, così come i Greci raccontavano quelli del loro tempo. 

Avete mai avuto difficoltà a portare in scena lo spettacolo?

No, grazie a Dio, non è capitato. Forse c’è qualche città in Italia che lo evita. Questo posso dirlo. C’è qualche amministrazione che evita di averlo… Pazienza.

Sciascia, che con Il giorno della civetta, del 1961, è stato uno dei primi intellettuali siciliani a denunciare la presenza della mafia sosteneva che “la linea delle palme” tendesse a salire verso il nord, cioè che la Sicilia stesse sicilianizzando il resto d’Italia. 

Oramai potremmo dire che si è diffusa in tutto il mondo. Il sistema mafioso non è più quello rurale dei Riina e dei Provenzano, ma ha avuto una sua trasformazione e si è insinuato nelle banche, nelle multinazionali. Ahimè, la mafia è cresciuta a livello esponenziale e si è industrializzata.

Lei è siciliano, ha recitato nel teatro greco di Siracusa, è stato direttore dell’Ente Teatro di Messina. Come vede la situazione? È vero quello che diceva Gesualdo Bufalino, che anche “la linea degli abeti” stava scendendo? C’è un rinnovamento della Sicilia?

La Sicilia è stata ed è ancora terra di grandi contraddizioni. In quest’isola sono passati tanti popoli e hanno lasciato tracce importanti. La Sicilia continua a esprimere tanti tipi di umanità. Nella mia regione nascono personaggi straordinari come Verga, Pirandello, Bufalino, scienziati come Zichichi, pittori come Guttuso. E poi nascono grandi malfattori. Tutto è all’eccesso, non ci sono mediocrità: se nasce un criminale è un uomo di grandissima immoralità, se nasce uno scrittore nasce uno scrittore di grandissima levatura e moralità, come poteva essere Sciascia. La natura è eccessiva, l’architettura è eccessiva, i templi greci sono eccessivi, i teatri siciliani sono eccessivi, come diceva il principe di Salina nel Gattopardo. La medietà non esiste. Non lo dico con vanto: è una constatazione avvalorata dalla Storia e da chi ha saputo raccontare la Sicilia. 

Qual è stata in questi cinque anni la risposta del pubblico?

Straordinaria. Lo dico senza retorica, né enfasi. Non mi era capitato neppure con i classici di portare in scena uno spettacolo per cinque anni di seguito. Cyrano de Bergerac o Uno sguardo dal ponte sono riuscito a tenerli in scena al massimo tre stagioni. Questo spettacolo invece non smette di essere richiesto. Alcuni giornalisti hanno detto che questo allestimento sarebbe diventato un classico e in effetti è quel che sta accadendo.

Esiste anche un seguito, per così dire. È lo spettacolo da lei interpretato insieme a Mariangela D’Abbraccio, Dopo il silenzio, da un altro libro di Pietro Grasso, Liberi tutti.

Sì. Per non morire di Mafia è andato a Spoleto nell’estate del 2010, Dopo il silenzio nel 2013. Anche quest’ultimo continua a girare, infatti ai primi di marzo con Mariangela saremo a Savona.

Per non morire di Mafia si rivolge con particolare forza ai giovani.

Buona parte dell’impegno di Pietro Grasso va in questa direzione. La sua idea è di raccontare tutto il suo lavoro, tutta la sua conoscenza, la sua esperienza, per offrire ai giovani la possibilità di diventare dei cittadini migliori. Anche nella sua attività di Presidente del Senato è sempre a contatto con i giovani. 

Durante la preparazione dello spettacolo, lei e il regista Alessio Pizzech come vi siete relazionati con un autore come Pietro Grasso? 

Lo conoscevo già da molti, quindi c’è un’amicizia, un’intesa sul piano culturale. Ma lui ci ha lasciati liberi. Il testo che noi portiamo in scena è molto rispettoso delle sue parole. 

Lei ha incarnato personaggi di Pirandello, ma anche di Sofocle, Rostand, Miller e altri classici. A quale delle sue interpretazioni si sente più legato?

Tante. Ma ce n’è un personaggio che torna sempre, bussa alla mia porta: Ciampa del Berretto a sonagli di Pirandello. Anche la prossima stagione, dopo più di vent’anni, lo porterò in scena. Devo dire che però, che per me che sono a Siracusa e l’ho studiato da ragazzo, Edipo re, che poi ho portato proprio al teatro greco, resta per me il testo teatrale più straordinario che sia mai stato scritto.

"Per Non Morire di Mafia" 

di Pietro Grasso con Sebastiano Lo Monaco

versione scenica di Nicola Fano 

adattamento drammaturgico di Margherita Rubino 

regia di Alessio Pizzech.

  

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