Giovedì, 07 Aprile 2016 07:39

Voglio una Torino aperta, solidale, olivettiana e progressista

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Intervista con Chiara Appendino, cabdidata del Movimento 5 Stelle

TORINO - Occhio a pensare che Chiara Appendino, candidata alla guida di Torino per il Movimento 5 Stelle, sia meno grillina dei suoi colleghi. Il suo è certamente un grillismo diverso rispetto a quello che si affacciò sulla scena ormai quasi dieci anni fa: più maturo, più competente, in grado di coniugare protesta e proposta ma non per questo meno schietto, meno battagliero o disposto a compiere alcun cedimento sui valori dell’etica, dell’onestà e del rispetto per la cosa pubblica e per il bene comune. Da Floris si è definita “olivettiana” e “progressista”, e le sue idee in materia di periferie e sviluppo industriale ce lo confermano. Qui aggiunge di volere una Torino aperta, solidale e ispirata ai princìpi di quel grande intellettuale liberale che fu Piero Gobetti. 

Non sappiamo come andranno le Amministrative torinesi, se ce la farà o meno, tuttavia di una cosa siamo certi: questa ragazza non è un fuoco di paglia.

Come nasce la sua passione politica? Quando vi si è avvicinata e cosa l’ha indotta a compiere la scelta di impegnarsi in prima persona? 

Mi ricordo ancora il momento preciso nel quale mi sono avvicinata al Movimento 5 Stelle: erano le elezioni regionali del 2010 e con mio marito eravamo a Porta Palazzo. Se devo essere sincera Marco era più interessato di me alla militanza politica e così mi ha fatta avvicinare ad alcuni gruppi di lavoro. Il resto è venuto da solo: partecipando ai dibatti sui temi della città, ho pensato di potermi mettere a disposizione per dare una mano con le mie competenze.

Lei è laureata alla Bocconi, parla fluentemente varie lingue, è una manager con importanti esperienze lavorative e, a dispetto della sua giovane età, ha già un discreto profilo professionale. Ci racconti qualcosa di lei e della sua attività. Quanto influiscono e quanto influiranno, in caso di elezione a sindaco, queste sue esperienze?

Ciò che ho studiato, esattamente come ciò che ho appreso nelle esperienze lavorative, credo che possa essere molto importante non solo per le nozioni ma in particolare per il metodo di lavoro. I cinque anni trascorsi in Sala Rossa come consigliere comunale e vice presidente della Commissione Bilancio sono stati indispensabili non solo per conoscere i processi interni della macchina amministrativa ma anche per applicare molte nozioni e conoscenze che avevo studiato e già utilizzato in ambito privato. Ci tengo però a precisare che tutto questo, sebbene molto importante, può non servire a nulla nel caso in cui l’amministratore pubblico non sia capace di ascoltare la sua città.

A tal proposito, non posso non chiederle una precisazione in merito al rapporto fra attività imprenditoriale e attività politica. Berlusconi, ad esempio, ha spesso asserito che per governare bene l’Italia bisogna gestirla come un’azienda, è arrivato addirittura a parlare di “Azienda Italia”. Qual è la sua opinione a riguardo? Quali sono le principali differenze fra amministrare un’impresa e governare una città? Quali, invece, i punti in comune?

Amministrare una città ha alcuni tratti in comune con la gestione di un’azienda. Se infatti si vogliono dare risposte efficienti ed efficaci ai bisogni dei cittadini occorre che la macchina comunale funzioni nel miglior modo possibile. Si tratta di un pre-requisito necessario, mancando il quale ogni linea politica che si vuole realizzare diventa velleitaria. Per ciò che ho potuto vedere in questi cinque anni da consigliere comunale si tratta di distinguere tra ciò che si vuole fare, e qui ritengo che sia la buona politica a decidere le priorità, e come lo si vuole fare. È in questo secondo caso che l’organizzazione “aziendale” del lavoro dovrebbe essere applicata anche ad un comune.

Veniamo alla sua militanza: uno legge la sua biografia e a tutto pensa fuorché che faccia parte del M5S. Perché una ragazza come lei, con un profilo da City di Londra, ha scelto un movimento così atipico? Cosa ha trovato nei 5 Stelle che, a suo giudizio, manca nei partiti tradizionali?

Al di là dei valori che il Movimento 5 Stelle esprime, valori di trasparenza, partecipazione, pari opportunità e servizio alla comunità, posso dire che mi sono avvicinata al Movimento perché rappresenta un soggetto politico aperto nel quale ciascuno può mettere a disposizione il proprio tempo, le proprie conoscenze e capacità. Credo che in nessun altro soggetto politico avrei avuto la possibilità di esprimermi e di servire così la mia città. 

A proposito di Amministrative, quest’anno si vota anche a Roma, dove qualche tempo fa sono esplose parecchie polemiche in merito alla scelta dei vertici del M5S di imporre una multa di 150.000 euro ai consiglieri che dovessero cambiare schieramento tradendo il mandato elettorale. A noi, pur condannando l’esecrabile fenomeno del trasformismo, sembra comunque una scelta sbagliata e lesiva dell’autonomia degli eletti nonché in contrasto con l’articolo 67 della Costituzione e, dunque, giuridicamente nulla. Qual è la sua opinione in merito, alla luce del fatto che lei a Torino non ha imposto alcun vincolo del genere?

Con l’assemblea degli attivisti di Torino abbiamo deciso di non utilizzare questo metodo, prevedendo comunque un impegno etico che assessori e consiglieri sono tenuti a firmare. Il tema dell’articolo 67 della Costituzione credo saprà che è oggetto di riflessione e non solo da parte del Movimento 5 Stelle. Mi sembra infatti che le ragioni che hanno condotto i Padri Costituzionali ad inserirlo nel testo della Costituzione siano state stravolte successivamente dalla prassi italiana di essere fedeli non tanto ad un ideale o ad una visione del mondo e della società ma ad altro. Come sempre, il malcostume porta ad una degenerazione del diritto e, personalmente, credo che si debba intervenire in primo luogo sui valori. Se per fare questo è necessaria una modifica del “vincolo di mandato” ben venga, ma occorre chiarire che è l’etica che si traduce in una norma e non il contrario.

Veniamo adesso alla sua candidatura e alle sue proposte per Torino. Perché un cittadino torinese, in particolare un giovane, dovrebbe fidarsi di lei, del M5S e del vostro progetto politico?Quali sono i capisaldi del suo programma e qual è il primo provvedimento che intende varare in caso di elezione a sindaco?

Il cuore della nostra proposta programmatica per Torino, che stiamo presentando ormai da quattro mesi, è costituita da due ambiziosi obiettivi: riaprire la nostra città alle competenze e al merito e ricostruire il legame di fiducia tra il cittadino e l’amministratore pubblico. Nel Movimento Torino ci sono ben diciassette gruppi di lavoro tematici, ad esempio per i trasporti, l’ambiente, la cultura, il turismo e così via, e una volta la settimana, circa, ci troviamo per presentare le proposte concrete per ogni ambito, tutte però finalizzate a questi obiettivi. Crediamo che se chi governerà nei prossimi anni non sarà in grado di operare questo passaggio dalla città come la conosciamo oggi, delusa e distaccata, ad una comunità urbana, responsabile e solidale, sarà un fallimento per tutti.

Le proposte concrete sono quindi parecchie e, a seconda dell’orizzonte temporale, alcune le realizzeremo subito e altre nell’arco del mandato. A novembre, per stare al tema dei giovani, abbiamo lanciato un progetto: destinare il 30% della spesa dello spoils system (sarebbero i dirigenti fiduciari e gli staffisti della giunta) per un fondo finalizzato a far assumere i giovani nelle Piccole e Medie Imprese torinesi. Si tratta di 5 milioni di euro, una cifra interessante ma non risolutiva: basti pensare che nella fascia tra i 18 e i 24 anni il 44%, pari a circa 30.000 ragazzi, non studia e non lavora. A nostro giudizio occorre, quindi, un’azione che sia nello stesso tempo concreta e simbolica e ci aiuti a rompere lo status quo. La nostra Torino, che conta più di 100.000 poveri,  inoltre, impone massima attenzione al tema della povertà, divenuto ancora più impellente visto che il divario sociale sta aumentando. Il programma dei trasporti, invece, prevede la centralità della mobilità sostenibile di cui è perno un trasporto pubblico efficiente e attrattivo.

In queste settimane, si è parlato molto di unioni civili. Lei, a tal proposito, ha proposto “un progetto di co-housing finalizzato a sostenere la solidarietà intergenerazionale della popolazione lgbt, mettendo in connessione persone che sono in difficoltà o hanno bisogno di supporto o aiuto (in una struttura apposita, oppure utilizzando spazi che sono già disponibili)”. Di cosa si tratta esattamente e come dovrebbe svilupparsi?

Noi crediamo che la solidarietà sia uno dei valori fondanti per una comunità urbana e che questa debba avvenire anche tra generazioni. La città di Torino, nonostante le dismissioni dell’ultimo periodo, ha ancora un discreto patrimonio immobiliare e un’enorme ricchezza di associazioni e di volontariato. Vorremmo che le generazioni che sono state protagoniste delle lotte del passato per i diritti civili diventassero “narranti” nei confronti delle nuove leve e che queste comprendessero che tutti noi siamo inseriti in un flusso storico che ci impone delle responsabilità nei confronti di coloro che verranno. Ci sembra un buon modo perché le persone in difficoltà possano trovarne altre che le supportino e da queste ricevano in dono un po’ della loro storia.

Quali sono state le esperienze più forti maturate in questi cinque anni di opposizione e quali, invece, i momenti difficili? Cosa le ha insegnato questo percorso e in quale momento ha deciso di mettersi in gioco in prima persona per provare a cambiare la sua città?

Devo dire che in questi anni mi hanno fatto crescere tanto le grandi battaglie, per intenderci quelle che sono finite sui giornali, come ad esempio la questione degli affidamenti diretti oppure delle nomine non trasparenti al Museo di Arti Orientali, quanto il lavoro costante di commissione e di aula. Forse è stato più il secondo che mi ha fatto capire che, per quanto io potessi lavorare come consigliere comunale di opposizione, non avrei mai potuto cambiare le cose se non governando questa città. Certo, il ruolo dell’opposizione, che tipicamente è di controllo nei confronti della maggioranza, è importantissimo ma ha il grande limite dei numeri. Un esempio credo sia sufficiente per farle capire quanto questo limite sia insuperabile, se non si governa: circa due anni fa abbiamo proposto una delibera con un regolamento per disciplinare l’assegnazione dei contributi alle associazioni e agli enti culturali. Abbiamo fatto un grande lavoro anche con i soggetti del territorio perché siamo convinti che, pure in presenza di risorse ridotte, si debba garantire la massima trasparenza ed accessibilità, oltre alla certezza, dei contributi. Ovviamente questa nostra proposta è stata bocciata dall’aula. 

Non c’è dubbio che, in caso di vittoria, lei eredita una città reduce da anni di buoni risultati: le Olimpiadi, la costruzione della Stadium, gli ottimi risultati della Juventus (società per la quale lei ha anche lavorato), il ritorno in auge del Torino, un dinamismo riconosciuto dalla maggior parte degli osservatori. Cosa non ha funzionato, secondo lei, nelle giunte Chiamparino e Fassino e in cosa intende differenziarsi dal loro modo di amministrare la città?

Abbiamo più volte affrontato il tema della narrazione degli ultimi vent’anni di governo della città, dei piani strategici e del cosiddetto “Sistema Torino”. La mia opinione, anche alla luce di importanti studi compiuti da docenti torinesi, è che il cosiddetto “regime urbano” che si è instaurato nel 1993 e che viene comunemente chiamato “Sistema Torino” abbia esaurito la propria spinta propulsiva. Mentre il primo piano strategico, sicuramente perfettibile, è stato però in grado di avviare quella che gli studiosi definiscono la “macchina dello sviluppo” ora ci siamo fermati. Giunti a questo punto, occorre riaprire proprio quel regime urbano, rappresentato plasticamente, ad esempio, dalle persone che ricoprono incarichi di governo o di sotto governo della nostra città, a idee e visioni nuove. La chiamata pubblica per gli assessori va proprio in questo senso.

Negli anni scorsi, Torino è stata scossa da due episodi drammatici: da una parte, il referendum a Mirafiori che ha sancito l’approvazione della linea di Marchionne; dall’altra, l’episodio del rogo al campo nomadi della Continassa, in seguito a una denuncia di stupro da parte di una ragazza rivelatasi poi infondata. Considerando che due dei suoi avversari, Fassino e Airaudo, furono su fronti opposti nella prima vicenda, qual è la sua posizione in merito? Lei da che parte sta: con gli operai o con i vertici aziendali? E qual è il suo progetto per favorire l’inclusione e combattere povertà, pregiudizi, discriminazioni e arretratezza culturale, specie nelle periferie?

Una domanda molto densa e con due aspetti che, a mio giudizio, dovrebbero essere separati. Per ciò che riguarda la grande industria, FCA in primis, credo che si debba affrontare ogni decisione, anche pubblica, nel modo più laico possibile, che per una come me vuol dire partire dai conti e dai piani industriali. Credo che sia mancata da parte della politica la capacità di dialogo con le grandi imprese su un piano di parità e di competenza nel merito delle scelte. Il caso del referendum a proposito degli investimenti di Fabbrica Italia credo sia emblematico. 

Per ciò che riguarda invece le periferie, credo che lei sappia che noi l’8 novembre siamo partiti proprio dalla Falchera, come atto simbolico. Non crediamo che si possa risolvere l’insieme di problematiche delle periferie torinesi solamente con la forza pubblica o la militarizzazione del territorio, ma che si debba ripartire proprio dal disegno urbanistico della città. Abbiamo presentato la nostra proposta di Torino policentrica, con il preciso intento di valorizzare le peculiarità di ogni quartiere cittadino. Questo vuol dire pianificare i servizi, distribuire il trasporto pubblico, avviare le riqualificazioni e usare anche il veicolo della cultura per far rifiorire ogni zona della città. 

C’è anche un grande lavoro da fare per abbattere i muri di paura che hanno impedito in questi anni, molto spesso, di conoscere e comprendere il proprio vicino di casa o di negozio. Certo, tutto deve avvenire nel perimetro della legalità e con un rafforzamento del ruolo della Polizia Municipale, ma questo sarebbe inutile se non si costruissero le fondamenta per una società che sa vivere in pace e in armonia. Aggiungo che a Torino è presente il “comitato interfedi”, una sorta di tavolo nel quale sono rappresentate tutte le fedi presenti in città e che il sindaco dovrebbe usare meglio come veicolo per le politiche di inclusione e di legalità.

Lei ha ribadito anche in quest’intervista che, in caso di vittoria, indirà una sorta di concorso pubblico per scegliere gli assessori. Da cosa deriva questa scelta? Non teme che da questa modalità di selezione della classe dirigente possano scaturire anche amare sorprese o, comunque, una compagine di governo eccessivamente eterogenea?

In realtà, abbiamo già pubblicato la chiamata pubblica e ci sono arrivati più di duecentocinquanta curricula. Abbiamo iniziato i colloqui, che faremo ad un centinaio di persone, e presenteremo la Giunta prima del voto. Gli assessori sono chiamati a cooperare col sindaco per realizzare il programma presentato ai cittadini e ci sembra che sia molto più trasparente presentare agli elettori la squadra prima del voto piuttosto che dopo. Crediamo che il vincolo politico sia dato dal programma che stiamo presentando agli elettori e che, in caso di vittoria, diventerà una delibera del consiglio comunale, la quale sarà la guida per tutta l’attività amministrativa dei cinque anni. Abbiamo inserito nell’impegno etico degli assessori l’obbligo di rendicontare ai cittadini almeno due volte all’anno la loro attività amministrativa: questo, secondo noi, favorirà il dialogo e la fiducia tra cittadini e amministratori.

In questi anni, uno degli aspetti più positivi della presenza sulla scena politica del M5S, ve ne do atto, è stato il fatto di aver riavvicinato alla politica una generazione che molti commentatori consideravano apatica e ormai quasi rassegnata. Come intende valorizzare, in caso di vittoria, il rinnovato protagonismo giovanile?

Il Movimento 5 Stelle e la sua apertura nei confronti dei giovani sono una delle principali ragioni per le quali sono candidata a sindaco per Torino. Per noi la partecipazione è uno dei pilastri della democrazia e ci impegniamo quotidianamente affinché tutti, in particolare i giovani, si sentano parte della nostra Repubblica e non percepiscano chi ci governa come un qualcosa di “altro”. Gli alti tassi di astensionismo fanno male a tutti e mi auguro che in queste elezioni ciascuno senta la spinta di recarsi alle urne. Il coinvolgimento per noi passa, da un lato, attraverso degli strumenti specifici, quali la democrazia diretta, ad esempio col bilancio partecipato, e dall’altro attraverso la ricostruzione del legame di fiducia. Come possiamo pensare che i giovani si interessino della cosa pubblica se non si sentono ascoltati e trovano un muro quando cercano di partecipare alle scelte collettive? In questo anche le circoscrizioni avranno un ruolo fondamentale.

Ricorre quest’anno il novantesimo anniversario della scomparsa di Piero Gobetti, uno degli intellettuali simbolo del pensiero liberale torinese. Chi è per lei Gobetti? Quali insegnamenti ha ricavato da questo protagonista della vita culturale italiana e quali delle sue lezioni intende applicare nella sua attività politica?

Per stare a ciò che dicevo sopra, credo che Piero Gobetti debba essere un esempio di partecipazione al quale la mia generazione e quella più giovane dovrebbero riferirsi. La sua è stata una battaglia fino all’ultimo per difendere i valori liberali e tenere vivo il dibattito culturale in un periodo nel quale la violenza e la paura erano all’ordine del giorno. Credo che il motto della sua casa editrice “Cosa ho a che fare io con gli schiavi?” dovrebbe essere usato ancora oggi per spiegare che chi non partecipa all’agone della politica, chi rinuncia ad andare a votare e a informarsi sceglie implicitamente di consegnare la propria libertà a qualcun altro.

In conclusione, una domanda personale. Lei è da poco diventata mamma della piccola Sara, alla quale ha rivolto anche una lettera. Quanta energia le dà e quanta energia le toglie il fatto di dover conciliare due impegni tanto faticosi come la candidatura a sindaco e la maternità? In quale Torino vorrebbe che vivesse sua figlia e, in caso di vittoria, cosa vorrebbe che dicesse di lei e del suo operato quando sarà grande?

Sara ormai ha quasi tre mesi e se dovessi fare un bilancio tra le energie che mi dà e che mi toglie, questo sarebbe sicuramente positivo: mi sento molto più forte di prima. Non nego che è difficile conciliare questi due aspetti della vita ma più passa il tempo più comprendo che uno può trarre beneficio dall’altro. Quando parlo della Torino di domani, credo che lei conosca i tre aggettivi che abbiamo scelto: “sicura, sana, solidale”, non devo più fare alcuno sforzo di immaginazione: mi basta guardare lei. La Torino che oggi cerchiamo di realizzare lei la vivrà e, mi auguro, si batterà per migliorarla ancora. 

Nel caso in cui dovessi essere sindaca e lei, ormai grande, dovesse fare un bilancio mi auguro che possa dire che siamo stati in grado di consegnare alla sua generazione una Torino migliore di quella che abbiamo ricevuto.

 

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